Tuesday, December 05, 2006

Poco, molto di me...

MARIKA, SIGNORA DELLE API



Màrika è alta, anche per gli standard sloveni.
Da lontano pastori e boscaioli ne riconoscono l'agile figura avvolta in cotonina leggera estate e inverno, indifferente al freddo e al vento che le scompiglia i capelli biondi.
Una natura schiva e la macchia violacea che abbraccia parte del viso hanno reso solitaria la sua vita e lei taciturna.
Ogni giorno accudisce alla casa, ai cinque fratelli e al padre, aiutata da una sorella che più diversa non potrebbe essere. Ciarliera e vivace quanto lei è riservata, mora quanto lei è chiara, attratta dai maschi quanto lei ne è allontanata, trovandoli sciocchi e superficiali.
Così passano gli anni, tra i lavori domestici e quelli nei campi, la scuola, la vita con i compagni, i dolorosi, immancabili accenni alla "cosa" che ha sulla faccia, le attenzioni di qualche ragazzo, più che altro rivolte a un corpo precocemente sviluppato in forme che non passano inosservate.
Iniziano, gradualmente, le difficoltà nei rapporti con gli altri.
Non le importano ma li considera necessari, alla stregua del mangiare o del dormire, mentre si accentua l'interesse per la natura, la cui forza e armonia percepisce ogni giorno di più.
Fin da bambina si è sentita chiamare dal bosco e dalla vita segreta che intuisce sotto quel verde. La trattengono le raccomandazioni della madre e un vago timore dell'ignoto.
Coi fratelli si occupa dei campi e si ritrova a fissare il nero delle abetaie, il volo degli storni, la precisione delle anatre in rigida formazione militare, l'eleganza essenziale dei falchi.
Si chiede che sensazioni possa dare scivolare nell'aria, conquistare le vette o i più estremi rami dei larici. Si sorprende a mimare l'ondeggiare delle poiane, immaginando le braccia coperte di soffici piume.
Ridono, i suoi. La chiamano "uccellino" e Marko, il più giovane dei fratelli, la provoca con piccoli pizzicotti.
Per riportarla alla realtà, dice.
Nel tempo, a cerchi sempre più ampi, s’impadronisce di quelle montagne, le considera la sua vera famiglia e con esse le creature che le abitano.
Le ore trascorse in casa sono per lei un fastidioso intermezzo, e a volte si vergogna del proprio scarso attaccamento.
E' lì che si rifugia ogni volta che sente il bisogno di conforto. Lì che corre quando la madre in pochi giorni muore di polmonite.

Per essere già lontana dal paese al sorgere del sole e avere la giornata tutta per sè, chiede aiuto alla sorella. In cambio si occuperà, da sola, della casa nei due giorni successivi.
Sale sicura, superando dossi, cenge e pascoli.
Il bosco è disseminato di piante abbattute dal vento e dalle piogge che hanno reso il terreno morbido e cedevole.
A mano a mano che s'addentra nei valloni interni e le case in basso rimpiccioliscono, sente l'amorevole abbraccio della "sua" montagna. Si disseta dell'acqua ghiaccia dei rivi che solcano il crinale, la fa scorrere tra le mani e gode del gelido contatto che le arrossa la pelle.

Non più prati, ma il buio del bosco. In alto, tra i rami, il sole combatte una battaglia persa contro la mole di quei giganti verdi.
E' il regno del muschio, delle felci e di creature che ai pascoli assolati preferiscono la frescura del sottobosco.
Spessi nuvoloni gonfi di pioggia e ammassi bianchi come latte sfilano su differenti livelli e giocano a rimpiattino con il sole, alla merce' di correnti che ne variano direzione e intensità.
Ogni volta Màrika vive con profonda emozione il manifestarsi delle forze della natura. Passerebbe giornate intere sotto la pioggia, con l'acqua che le scivola addosso e si assorbe nella pelle. E' una sensazione rigenerante, come il tocco di una persona amata che non si cura della sua deturpazione. Ama il vento sul viso e nei capelli, l'aria sottile e pura, le narici colme di odori che riconosce uno ad uno.
Procede rapida sul crinale. Sotto le scarpe la soffice materia in disfacimento, negli occhi l'assoluta armonia del creato.
Un fruscio, la fuga concitata di qualche piccolo animale, non suscitano in lei alcun timore. QUELLA e non altre è la sua casa ed è lì che vorrebbe vivere.
Gli abiti che indossa la impacciano, inutili orpelli che vorrebbe strappare via, ultimo ostacolo alla completa simbiosi con il resto del suo corpo, la grande Creatura che l' accoglie.

Sono giorni e giorni che pensa alla quercia. Non ne conosceva l'esistenza. L'aveva scorta da lontano durante l'ultima scorribanda. La vista dell'enorme massa, striata come un animale preistorico, l'aveva attratta e turbata.
In paese qualcuno racconta che da tempo immemorabile sia ricovero a una comunità di pericolose api selvatiche.
Molti anni prima, un toro al pascolo aveva deciso di grattarsi contro quel tronco. La reazione era stata immediata e il povero animale morì a breve distanza.
Ancora poco. Nella vastità di quei luoghi non si è mai persa, - rammenta - sapendo ogni volta come orientarsi.
Ancora poco. Soltanto larici attorno a lei. Alti, diritti e grossi come colonne di un tempio, privi di rami e foglie laddove il buio ne impedisce la crescita.
Le ombre cominciano a schiarire. Oltre una gobba del terreno giù scorge il verde dell'erba.
"Ci siamo, sono arrivata".
Non si stupisce di aver parlato a voce alta e non solo pensato. Il mondo che la circonda può "sentire" i suoi pensieri, ma in quel modo ha più forte il senso d' appartenenza a loro, parte di un tutto armonico e perfetto e bello.
Non il fruscio di una lucertola, non lo stormire dolce delle betulle. Calma assoluta, piatta. Anche il vento sembra rispettare la mole possente della quercia, quasi a voler rimediare le violenza del passato.
Cardi selvatici, sormontati di violetto acceso, mimano a centinaia piccoli fuochi bloccati da una magia nel verde intenso del prato che nei pressi della quercia e' trapunto di ghiande e foglie color ruggine.

S'avvicina. Il tronco sorge dalla terra, saldo come roccia.
La corteccia è festonata da licheni, solcata da antiche ferite. Alla base, ampia come un ricovero per le pecore, nicchie e avvallamenti accolgono mille altre specie vegetali.

Quanta armonia, pensa: un grande Essere che si spegne portando in sè nuove creature, così che la morte non sia in realtà perdita ma cambio di stato, rinnovamento di vita.
Tocca quel corpo. Sente in lui tensione, un vibrare strano.
Scavalca alte radici, le mani su di lui, per non perdere il contatto.
Gira attorno, vinta da tanta immensità.
Si chiede se l'antico alveare non sia mai esistito o sia piuttosto frutto della fantasia popolare.
L'apertura e' sul retro, larga come un carro e molto più alta.
Aromi dolciastri, di resine e miele ma non soltanto.
La tensione che prima avvertiva al tocco delle dita, pervade la materia, il suo corpo, l'aria, il terreno. Aumenta ad ogni passo.
Non è inquieta. Sente forze ignote dispiegarsi, spavalde, padrone ma non ostili.
E' fresco, scuro come l'accesso a una caverna: una caverna che vive.
Il ronzio cresce ad ogni istante, con progressione inarrestabile che esprime un’immane potenza.
Resta immobile nell'inchiostro che l'avvolge.
"E' come la mia camera - sussurra - quando mi sveglio in piena notte al verso di un gufo o per lo scricchiolare di una trave".
E' calma. Di più, sta bene, nonostante il toro ucciso. A lei non lo faranno. Lo sente. Lo sa.
Lentamente, gli occhi si adattano al buio.
Un tenue chiarore rivela i contorni di un mondo fatato. Le pareti salgono alte, come gli archi della cappella di San Kasimiro, ingombre di masse scure che appena s'indovinano. L'una addossata all'altra, ombre mutevoli ad ogni passo, sembrano ora giganteschi grappoli d'uva ora damigiane e botti, ora festoni di un addobbo dimenticato.
Altri cumuli levitano sopra di lei che si guarda intorno, bambina in soggezione tra adulti sconosciuti.

Un movimento agita l’orlo della veste e non è colpa del vento: un denso strato d’api ricopre come una pelliccia la parte più bassa e un braccio. Sono centinaia. Accosta il braccio al viso e le osserva nella penombra.
Infinite ali vibrano, forse per dare stabilità.
Un'ape gira su se stessa senza posa ma le altre la ignorano.
Màrika ha la sensazione che stiano tutte fissando lei.
In alto, il ronzio aumenta.
Al soffitto, lo sciame ruota compatto in brune spire, simile a un gorgo di torrente rovesciato su di lei.
Non sa che fare. Il nervosismo suggerirebbe la fuga ma anche senza contare quelle che ha addosso, le altre, milioni, impiegherebbero un battito di ciglia a raggiungerla.
Segue l'istinto. S'inginocchia, siede a terra, su frammenti di cera e polvere.
C'è fermento tra le api del vestito. Alcune si alzano in volo, altre le seguono. L'ultima ruota sul braccio facendole il solletico.
Aumentano il calore nell'ambiente e il senso di vertigine.
Chiude gli occhi: le pare di vivere una favola.
"So bene che q-questa è casa vostra..."

Non ricorda quando abbia iniziato a parlare ma confusamente pensa che non c'e' alternativa: se muore lì, nessuno la troverai mai, incapsulata in un sudario di cera, propolis e miele.
" ...questa è casa vostra e io sono venuta per vederla e conoscervi. Per sapere se davvero esisteva un alveare cosi' grande. Non voglio altro che restare qui, tra voi..."
Racconta, Màrika.
Di tante cose, della sua vita, della famiglia, dell'amore per la montagna. Parlando, sente il malessere che l'opprimeva scivolare via. Ha la sensazione che il gorgo sul soffitto rallenti. Una nuova serenità s'impadronisce di lei. Ascolta la propria voce farsi più sicura.
Poi il sonno la coglie.
Non sa quanto abbia dormito, ma al risveglio il sole è calato dietro le cime, a ovest, oltre un mare mai visto.
Solo quiete, nel ventre dell' albero. Non un ronzio, sparito il gorgo. Niente api. Non UNA.

Da quel giorno, la donna sale all'alveare tutte le volte che gli impegni glielo consentono. Quando e' là non si sente più sola neppure nel proprio cervello. Come se altri guardassero dentro, amichevolmente, per darle compagnia e affetto.
Nei pressi della radura avverte la fatica sciogliersi come sale nell'acqua calda. Sa che è merito loro. Non comprende come ma intuisce che e' così e smette di stupirsene.
Poi un fatto nuovo. Un giorno si è trattenuta sul posto più del solito, e nella penombra del tramonto inoltrato fatica a distinguere il percorso.
L'aria vibra. Una scia d’insetti si materializza, alta sul suo capo e vi resta come una scorta d'onore fino alle porte del villaggio.
Da allora, ogni volta è la stessa cosa.

Un altro inverno è trascorso e la neve si ritira sotto gli attacchi di un sole sempre più caldo.
Màrika vorrebbe salire, perché il maltempo gliel'ha troppo a lungo impedito. Nell'attesa, vola lassù con il pensiero.
Da qualche settimana una strana debolezza si è impadronita di lei. Stenta a ritrovare l'energia di sempre e lo specchio le rimanda l'immagine di un viso pallido e affilato.
Non esistono bilance, in casa, ma sente i vestiti più larghi e non trova nel suo corpo la stessa elasticità.
Ha scarso appetito, bruciori mai stati, vertigini, brividi di freddo.

La visita è lunga e accurata. L'anziano medico l'ha vista nascere, ma questa volta sembra a disagio, più silenzioso del solito, quando grugniti e sospiri scandiscono il tocco professionale di mani sottili e bianche.
Al termine si rattrappisce sulla poltroncina. Il mento, appoggiato al magro petto, forma buffe pieghe alla base del collo che gli conferiscono un'aria da tacchino spelacchiato.
Però lo sguardo è pensoso e serio, addolorato forse, e, prima di parlare, vaga su pareti di libri e incartamenti gonfi come cuscini.
"Mm... non va tanto bene, figliola cara. No, non tanto bene. Perdona la schiettezza, ma io sono uso parlare chiaro. A taluni può sembrare mancanza di tatto e forse lo è, tuttavia mi hanno insegnato che specialmente in certi casi la sincerità è d'obbligo."
Ascolta quelle parole a volte difficili e il cervello le si affolla di ogni possibile pensiero.
Immagini della sua infanzia si sovrappongono al ricordo delle ore trascorse nella quercia e un dolce sentimento d’affetto le scende nel cuore, a mitigare l'inquietudine di un futuro incerto.
"... vrai fare esami specifici, - la voce del medico riaffiora lenta dalle profondità dei suoi pensieri - ... per appurare, al di fuori d'ogni possibile dubbio, la tua situazione. Non ti nascondo che i sintomi sono preoccupanti. Un certo gonfiore che ho riscontrato, la perdita ponderale, voglio dire l'improvviso dimagrimento, lo scarso appetito oltre ai disturbi di cui mi parli...sì, m'impensieriscono.
Insomma, cara Màrika, occorre andare più a fondo, ma senza perdere tempo. Ecco, ora ti scrivo tutto e penserò io a telefonare all'ospedale."

Il periodo che segue è denso di avvenimenti nuovi e per nulla piacevoli, ma lei si è imposta di accettare tutto senza scomporsi.
Ci riesce, nonostante la difficoltà di certi esami.
Sentirsi studiata, osservata e freddamente commentata come se lei non fosse là, le dà un disagio che a volte supera il timore di ciò che potrebbero trovare.

Una mattina, la fanno entrare in un cubicolo di vetro smerigliato. Una signora anziana la guarda con occhi materni e stanchi poi la informa dei risultati in un linguaggio finalmente comprensibile.
Non una colite ulcerosa come si era sperato ma un tumore al colon e anche molto sviluppato.
E' come se una corrente fredda e nera l'avvolgesse, sbattendo dietro di lei la porta della vita.
Poche pacate parole che le echeggiano in testa senza posa mentre s'accuccia nella corriera che risale la montagna.
La mente vaga senza posa ed è incapace di metterle freno.
Sono immagini dell'infanzia, della famiglia, dei campi, la scuola, i compagni di allora. Pezzetti di vita passano veloci e senza un apparente filo logico, mentre con dita distratte segue sul sedile i solchi di similpelle marrone. L'altra mano resta sull'addome, come a sorvegliare la nuova presenza.
Cosa dirà ai suoi? Tutto? Non ha ancora deciso. Se sapranno, sarà sconcerto e pena e in un batter d'occhio anche il paese saprà. Per strada la fermeranno e ognuno vorrà esprimere parole di partecipazione. Ad ogni passo, ad ogni sillaba sarà peggio. No, non dirà nulla. Neppure al medico. Certo, lui la cercherà ma per un po' avrà pace, poi si vedrà.
Il pensiero sale, calamitato da una forza irresistibile, verso la montagna. Non vede l'ora di essere lassù.

Li trova riuniti per la cena, attorno al tavolone del nonno.
Non è abituata alle bugie, piuttosto preferisce non dire, ma c'è aspettativa. Più nello sguardo dei suoi che sulle labbra, poco avvezze ai sentimenti e a discorsi complicati.
Sente imbarazzo. La domanda è nell'aria, sul viso della sorella che la fissa muta, nei movimenti impacciati dei fratelli.

"No, non si sa ancora nulla. Dovrò tornare per altri esami".
Poche sillabe, ma la stanza ne risuona.
E' un riflesso del camino acceso o gli occhi del padre sono velati e rossi?
Lo vede fare un cenno col capo. Le nocche sbiancano sul manico del cucchiaio e non dice nulla.
Vorrebbe, ma proprio non riesce a parlare del cancro.
Una tazza di latte, poi a letto. Immobile, per sembrare addormentata.

Apre gli occhi all'improvviso. E' buio.
Nel triangolo di cielo nero che scorge dal letto, brillano due stelle.
Cos'è stato a svegliarla non lo sa. Non un rumore, ne è certa. Percepisce il debole respiro di Sonija accanto a lei, ma tutto il resto è silenzio.
No, è stato qualcos'altro, ma cosa?
Non c'è luce, quindi non occorre chiudere gli occhi, per concentrarsi. Pensa alle sue api, pensa alla quercia... e... pian piano, impercettibile come il lento schiarire della notte quando segna il profilo del paesaggio, "sente" un ronzio cadenzato, familiare come una voce.

Ora sa cosa deve fare.
Attenta a non provocare cigolii, si veste e scivola fuori di casa. Dormono ancora tutti e nessuno la vede uscire.
Sulla strada passa un furgoncino grigio che lascia una scia di gas e musica pop.
Il villaggio lentamente si sveglia. Un motore che s'avvia, lo sbattere metallico dei secchi da latte, gente che si chiama, scalpiccìo sul legno delle scale.
S'affretta per la collina. I piedi vanno da soli, senza bisogno d’indicazioni, la mente libera di seguire un pensiero fisso, un'idea che pian piano si fa strada, assume contorni più netti, come se qualcuno la proiettasse nel suo cervello.
Ha la sensazione che qualcosa di definitivo, di unico, stia per accadere. Una realtà finora ignota ma che le appartiene da sempre, ancor prima di certi avvenimenti. Prima di lei, prima di tutto.
Si sente come musica raccolta nel solco di un disco, pronta a scaturire al passaggio della puntina. Ciò che sta facendo era già nel solco, quando ancora altre spire si svolgevano.
Stranamente l'idea che in qualche modo il suo destino sia giù scritto non l'inquieta, non la rattrista perché chi l'ha vergato sapeva bene cosa scrivere e come.
Il disco sta forse per finire, ma altri attendono, lo sa.
Sull' onda di questi pensieri, cammina sicura, satura di un'energia ritrovata.
A una curva del sentiero l'attende il fianco scabro di un roccione. E' là che di solito si ferma per guardare il fondovalle, i tetti di pietra delle case, i fienili. Non Ora. Questa volta procede veloce.

Eccola. Grande, immensa, immutabile.
La radura è punteggiata dei colori del risveglio. Infiniti gialli e sfumature di verde e piccoli fiori azzurri. Innumerevoli farfalle volano a balzi da una corolla all'altra.
Non un'ape, però, non una. E' strano. Forse è presto e troppo fresco per loro.
Al contatto sul tronco, la mano non avverte le solite tensioni.
Anche questo è strano.
Entra. Odori familiari, ma non un volo, nessun ronzio.
Nella carne un crampo improvviso, la dolorosa sensazione che sia tutto finito, che le api e l'anima della grande quercia se ne siano andate, lasciandosi dietro gusci di fredda materia.
Vacilla e un freddo pungente s'impadronisce di lei.
Ma...è un ronzio? E' un ronzio quello che sente?
Forse il vento tra le foglie ...no, eccolo di nuovo, più forte di prima.
Un crescendo costante, inarrestabile e non è come le altre volte. E' di più, gioioso, festante. Esprime calore e felicità.
Non serve alzare gli occhi pieni di lacrime per sapere che sono là.
A migliaia, milioni, saturano il culmine della caverna. Non ne ha mai viste tante. Non credeva ce ne fossero tante...
Scendono su di lei, vicine al punto da muoverle i capelli.

"SDRAIATI!".
Non è una voce. Nasce nella sua testa ed è un coro e un'eco.
Si libera dei vestiti e resta nuda, al centro dell'ambiente che ora palpita di una luce strana, evanescente.
Le ricorda una statuetta della madonna di Lourdes che portò la nonna da un pellegrinaggio. Piccola, con il piedistallo blu e le mani congiunte al petto. Stava sul cassettone, nella camera dei genitori, accanto a poche foto ingiallite.
Quando erano bambine, spesso lei e sua sorella andavano a salutare la madonnina prima di dormire.
La debole luminescenza pareva chiamarle, dal centrino di pizzo bianco e ringraziarle per la visita.

Avverte contro la schiena il pungere di un sasso. Non se ne cura, rapita dal ruotare lento della spirale di api.
A un tratto, come al segnale di un maestro d'orchestra, il movimento rallenta, il brusio s'addensa al tono sordo di un organo di chiesa e il gorgo cala su Màrika, corposo come miele.
All'ultimo istante prima del contatto, chiude gli occhi e stringe i pugni. Non sa se bearsi della loro presenza o esserne terrorizzata.
E' come se dita microscopiche vellicassero ogni più remoto angolo di lei. Sono sul viso, sulle labbra e nei capelli ma non prova repulsione nè fastidio.
Solo pace.
Il corpo è un lungo cuscino brulicante. Altri insetti si posano, strato su strato, e il cavo della quercia ne risuona al punto che gli uccelli s'alzano in volo dall'alto dei rami, spaventati da un tremore che via via aumenta di frequenza.
Ci si vede ora, nella grotta vegetale, ma non è merito del sole.
Dalla massa d’insetti trapela una luce azzurrina, sempre più intensa e vivida.
Un velo di vapore sale verso il soffitto.
La pianta si scuote e vibra.
Una famigliola di scoiattoli scappa terrorizzata, un'aquila lancia nel cielo il verso che echeggia per la valle e l'acqua dei ruscelli sembra rallentare.
Uomini curvi sul lavoro dei campi alzano gli occhi e scrutano la montagna.
Una donna anziana guarda e non capisce.
Il fumo s'attarda al culmine dei comignoli, senza disperdersi.
Sembra che il mondo intero trattenga il respiro.
Il bagliore tinge di blu e bianco il limitare del prato.
Vapore trasuda da ogni crepa del tronco, così che l'albero pare un gigantesco covone incanutito.
Un refolo di vento scende a spazzare la radura.
Nella quercia è tornato il silenzio di sempre.
Il pavimento è vuoto e il corpo di Màrika sparito.

Al limitar del bosco un nuovo sciame scivola allegro di fiore in fiore e il sole gioca fra le ali coi mille riflessi di una chioma d'oro...

Thursday, November 02, 2006

IL GABBIANO DANIELE


Dedicato a chi non sa godere di cio' che ha;
Dedicato a chi e' invidioso.
Dedicato a chi fa i capricci.
Dedicato anche a me.
___________
Daniele abita alla periferia di Catania.
Daniele ha ventitre anni.
Daniele e' moro e alto.
Daniele ha occhi vivaci e intelligenti.
Daniele ha occhi limpidi e ridenti.
Daniele ha bei capelli, folti e con riflessi blu.
Daniele ha belle labbra carnose. Denti bianchissimi.
Daniele ha un bel sorriso.
Daniele ha una bella voce.
Daniele e' proprio un bel ragazzo.
Daniele e' laureato in filosofia.
Daniele ha il senso dell' umorismo.
Daniele non esce tanto di casa, ma non per timidezza.
Daniele vive tra carrozzella, poltrona e letto.
Daniele e' tetraplegico. All' eta' di dieci anni un ruzzolone giu' da
una scala gli ha spezzato le vertebre.
Daniele muove solo la testa.
Daniele e' morto dal collo in giu'.
Daniele respira anche grazie ad una macchina.
Daniele scrive.
Daniele scrive con il pici'.
Daniele scrive tanto. Grazie ad alcuni programmi vocali appositamente
realizzati per disabili.
Daniele dice che e' felice.
E' il bello e' che io gli credo.
Credo ai suoi occhi.
Credo allo sguardo delle persone che ha attorno e che lo amano. Parenti
e amici. Tanti amici.
Non pietismo ma ammirazione per la sua forza interiore.
Amore per l' amore che Daniele ha dentro e che sa dare.
Amore ...da dove gli arriva tutto quell' amore? Dove lo prende?
Amore per la forza che sa trasmettere a chi va da lui per avere da lui
aiuto.
Aiuto da un tetraplegico.

JAZZ IN ME
(un piccolo, incredibile ricordo)

E’ il titolo di un celebre CD di Rossana Casale che, se non conoscete, vi consiglio di comperare: contiene una serie di notevoli brani jazz. La voce sensuale e strascicata della Casale ricorda languori notturni e dense brume nebbiose e irretisce all’ascolto come il canto delle sirene fu per Ulisse e compagni. Un’impalpabile tenda serica t’avvolge fin dalle prime note e senza che te n’accorga ondeggi lento, t’abbandoni e in quella musica scivoli totalmente.

Il jazz e’ sempre stato in me. Da qui l’idea di “rubare” alla Casale il titolo del suo disco, fin da quando, bambinetto, ascoltavo gli ellepi che i miei cugini suonavano mentre preparavano gli esami universitari. Nomi allora astrusi come quelli di Dave Brubek o di Bessie Smith, di Fats Waller, Artie Show, Gene Krupa, Cab Calloway, Thelonius Monk e di tanti, tanti altri divennero, giorno dopo giorno famigliari e amichevoli. I loro volti sorridenti o concentrati uscivano dalle grandi copertine degli LP e su quelle foto lucide la mia fantasia creava immagini di concerti mai visti, vagheggiava il vibrare degli strumenti che sotto le loro sapienti dita prendevano vita. Lo scintillìo degli ottoni (ma io credevo che trombe, tromboni e sax fossero d’oro!), le calde tinte del contrabbasso, la nera compostezza del piano si davano equilibrio l’un l’altro. Accoccolato a terra vicino al grande giradischi di mogano, socchiudevo gli occhi, passavo la lingua su note all’apparenza discordanti ed estranee. Assistevo trepido alla magia. Cio’ che fino a poco prima era un’accozzaglia di suoni diveniva fluido armonico, gli spigoli smussavano, il ritmo prendeva forma e consistenza. Da rumori metallici, acuti e stridenti o gravi e profondi, nasceva una struttura complessa e ogni nota, ogni passaggio avevano una precisa ragion d’essere.
Allora il jazz e la musica, la bella musica, entrarono in me, per non andarsene mai piu’.

Bologna visse negli anni settanta lo splendore di un Festival del Jazz che vide passare sotto le volte cementizie del palazzo dello sport (non ancora palasport: ancora non si faceva economia di parole!) i piu’ bei nomi mondiali oltre a ottime formazioni nazionali. Fu allora che ebbi la possibilita’ di conoscere Dave Brubek, Paul Desmond e Gerry Mulligan. Una serata indimenticabile, vissuta grazie a un tecnico del suono, amico mio e loro, che a fine concerto mi trascino’ ai tavoli di un ristorante e li’ restammo fino a che, loro malgrado, non ci sbatterono fuori, era quasi mattina, due camerieri stremati dal sonno. Incredibili ore di ascolto, io soprattutto ascoltavo, seduto proprio accanto a Mulligan che accompagnava i tortellini con bicchieri di bourbon. Seguivo racconti a volte sconclusionati e mutili, chiacchiere di concerti in giro per il mondo, assaporavo i grandi nomi che scivolavano sul tavolo come piattini da frutta.
“Ti ricordi quella notte in sala di registrazione con Miles (Davis) quando tutto andava male e dovevamo finire entro mattina? ….accidenti, se penso che Louis (Armstrong) quella volta a Seattle suono’ con la febbre alta. Brontolavamo tutti, ma nessuno riusciva a spingerlo nel letto …e Aretha (Franklin) ? Oh boy…che caratterino, che ha quella….”

Potevano essere le 2 del mattino e quando sembro’ che il tempo si fosse fermato su quel mare di tavoli vuoti, assorbito dal fumo di mille sigarette, o relegato in un inconsapevole limbo evocato da me che avrei voluto bloccare gli orologi, Gerry Mulligan spari’ nel mucchio dei bagagli e ricomparve con il sassofono.
Borbotto’ qualcosa, si umetto’ la lingua, scolo’ l’ennesimo bicchiere, inseri’ il …non ricordo come si chiama la parte che appoggia alle lebbra, e comincio’. Un suono sincopato, rauco e a un tempo morbido sali’ in alto, spandendosi come un fungo a colmare la sala. Un cameriere si blocco’ con la scopa in mano, il ragazzino che dietro al lungo banco asciugava boccali da birra resto’ immobile e le due cuoche uscirono dalla cucina ad occhi spalancati.
Attorno a Mulligan ogni mano accompagnava il ritmo sensuale sul legno del tavolo o con le forchette sui bicchieri; un musicista soffiava dentro a grandi mani nere come il mogano traendone suoni bassi e modulati; altre simulavano il bongo sulle guance tese a palloncino, altre ancora battevano sulle cosce ed era musica, musica vera e bella.

L’ANGELO CUSTODE
Il cielo e’ terso, scarnificato da ogni traccia di nuvola, cosi’ che l’ azzurro non e’ in realta’ azzurro ma quasi viola. E’ mattino presto di un dicembre sfolgorante e l’ alta Valtellina si mostra in tutto il suo splendore. Sto girando per queste montagne con mio figlio Lorenzo, otto anni, a caccia di qualche bella immagine da fermare sulla pellicola. La strada, che da passo Foscagno scende verso Livigno si mostra asciutta nonostante alte spalle di neve la fiancheggino. Merito del gran freddo che impedisce al sole di scioglierla e spanderla sull’asfalto.
Ad ogni stretta curva segue una controcurva altrettanto stretta ma il mercedes 250 GD, fuoristrada di classe, porta benissimo i suoi 12 anni di impeccabile servizio e asseconda con facilita’ la tortuosita’ del percorso. La natura attorno a noi e’ davvero splendida. I rami sono incartati in guanti bianchi che al sole luccicano come vetro di Murano e attorno ad ogni albero e ad ogni mugo la neve s’e’ ritratta lasciando una sorta di larga coppa bianca. E’ un coreografico effetto dovuto alla maggior temperatura della zona circostante il tronco ma sembra che un meticoloso giardiniere abbia voluto salvaguardare le piante liberandole dal gelido abbraccio. Insomma mi guardo intorno e mi riempio gli occhi di tanta armonia e per un momento non m’ accorgo che inconsapevolmente ho schiacciato l’acceleratore piu’ del dovuto.
L’utilitaria e’ ferma oltre la curva, di traverso alla carreggiata. Accanto allo sportello aperto un uomo si sbraccia, grida qualcosa che non sento, il viso congestionato risalta sulla giacca a vento chiara come il berretto.
“Fotografo” tutto questo in un batter di ciglia e, insieme, il luccicare di un sottile strato di ghiaccio che in quel punto copre l’ asfalto di una pellicola liscia come vetro unto.
In un lampo “vedo” la massiccia calandra della mia macchina schiacciare l’uomo contro la sua vettura: ventidue quintali di solido acciaio tedesco che in quel momento nessuno puo’ fermare. Sento lo sterzo farsi leggero come una piuma sotto le dita che artigliano spasmodicamente il volante, so che non posso neppure toccare il pedale del freno, ho appena il tempo di sbirciare l’attacco delle nostre cinture per assicurarmi che siano allacciate e a quel punto mi preparo all’ urto. Tutto questo scorre come un lampo nell’ arco di decimi di secondo e ancora l’uomo sta li’, agita le braccia e non si sposta. Non capisce, non si rende conto….

All’ improvviso, sento qualcosa sfiorarmi i capelli, il contatto di una mano tiepida sulla sommita’ del cranio, e, nello stesso istante, la mia auto si ferma a venti centimetri dalla giacca a vento dell’ uomo.
Siamo fermi, e so per certo che il mio piede non ha neppure toccato il freno, consapevole che non sarebbe servito a nulla se non a perdere ogni controllo della macchina. Mio figlio mi sbircia. Ancora oggi dopo tanti anni ne ricordo perfettamente l’espressione attonita: pur cosi’ giovane aveva capito subito quanto me che era appena accaduta una cosa impossibile.
Scendo a terra e ho la riprova di cio’ che mi era parso di vedere: nonostante le suole di ottima vibram, perfino da fermo faccio fatica a stare in piedi sull’asfalto ghiacciato, tanto da dovermi afferrare alla macchina.
L’ uomo mi viene incontro esitante, le gambe aperte che quasi pattinano, ancora inconsapevole del terribile rischio che ha appena corso. Mi dice qualcosa, balbetta di aver sbandato, parla con tono concitato ma io faccio fatica a sentirlo e penso alla mercedes che senza un sussulto si e’ fermata sul ghiaccio, sento ancora sulla testa il contatto di una mano. Un contatto vero, reale. Forse quello del mio Angelo Custode.

LA BALOSA

Il piccolissimo borgo formato da tre soli edifici si trova sull’ Appennino a poca distanza dalla mia citta’, ma potrebbe appartenere a un’altra galassia, tanto differente e’ l’atmosfera, tanta la pace, cosi’ pieno il silenzio.

L’occhio spazia libero su di un vasto susseguirsi di morbidi declivi che le coltivazioni dividono in allegre geometrie e cromatismi, poi si lascia la provinciale per uno strabello che, dopo svolte e discese perde l’asfalto e decresce ripido in una valletta, abbandona scampoli di culture e penetra il bosco. Sono faggi, noccioli, castagni, pioppi, e nere striature di ginepri, sempre piu’ in spicco al sopravvenire dell’inverno a mano a mano che il freddo denuda le essenze caduche. E’ l’habitat naturale per un gran numero di creature come volpi,tassi, cinghiali e daini, favoriti anche da una scarsa antropizzazione e infatti non e' difficile trovarne traccia sul terreno.
Ancora una curva, quindi il cancello. Un maremmano, sempre quello, e’ di sentinella; corre avanti e indietro e con furioso abbaiare avverte l’ intero branco: quattro della sua razza e due cani corso.

Il breve viale d’accesso taglia in discesa il folto; dopo una curva compaiono le case, fra prati e alberi da frutta. Adagiate sul dolce pendìo della collina, ne assecondano ogni gobba e ogni avvallamento al punto da sembrarne parte integrante. L’edificio principale e’ in tre corpi ben armonizzati e mossi, forse nati in epoche diverse. La pietra macchiata dal tempo, i legni anneriti e scarnificati da chissa’ quanti inverni conferiscono alla costruzione la solenne dignita’ di un’ottuagenaria che porta con disinvoltura il peso degli anni.
Quasi di fronte, la grande cubatura del fienile-stalla-rimessa. Qui la pietra s’alterna ai mattoni, lunghi travi contorti sostengono il tetto di coppi rossi e le grandi aperture, che un tempo consentivano al fieno di essiccarsi, mostrano vasti volumi adibiti ora a salotto estivo. Di fronte, a chiudere verso valle la corte, una casetta, quasi un’ edicola, con porcilaia, pollaio e forno a legna.

Ovunque cada l’occhio, sono le tracce, vigorose ma sapienti, di un lungo, amoroso restauro conservativo, volto a ripristinare le antiche strutture della meta’ del settecento. Con garbo e passione i proprietari in poco piu’ di 18 mesi hanno saputo ridar vita a un'abitazione dell'Appennino che l'ìncuria avrebbe portato a sicuro disfacimento, trasformandola in una calda e confortevole residenza pur senza stravolgerne la tipicita’.
Per quanto possibile e senza l’aiuto di consulenze esterne, sono stati recuperati i materiali originali, restaurando porte e scuri che fortunatamente i precedenti inquilini avevano stivato nella rimessa sostituendole con chiusure e serramenti d’alluminio. Sparite soglie e architravi di cemento, al loro posto sono tornate pietra e quercia antica. Tutto il piano terra e’ ora lastricato di vecchi mattoni dal caldo color crosta di pane e nella grande sala-soggiorno l’ illuminazione e’ realizzata con trecciole e interruttori di porcellana bianca su basi di legno naturale, esatta riproduzione di quelli in uso 50 anni fa in ogni abitazione.
Le massicce pareti, un tempo ricovero per i carri agricoli, ora splendono di calce o lasciano scoperta la pietra grezza sabbiata e ripulita. Al centro di una di esse, fa bella mostra una stretta bocca di lupo, poco piu’ di una fessura, giocata sull’ abile incastro di lastre di pietra e legno e a suo tempo realizzata per tenere d'occhio una delle vie d'accesso alla proprieta'.
Pavimento in rustici tabelloni d’abete per il piano superiore, dove e’ stata ricavata la zona notte e uno studio-laboratorio.
L’arredamento e’ ovunque semplice e garbato, giocato sui toni del blu e del crema, del celeste e del rosso mattone. Ovunque, al soffitto come sui mobili o alle pareti, grandi e piccole composizioni di fiori ed erbe essiccate, grande passione della padrona di casa, conferiscono continuita’ con la materia e con i colori circostanti.

Ogni particolare esprime buon gusto, amore e rispetto. Amore e rispetto per le cose inanimate, cosi’ come i sei animali, per i proprietari figli alla stessa stregua di quelli, gia’ adulti, che hanno la loro vita altrove, testimoniano eguali sentimenti per cio’ che e’ vivo e vitale. Ogni dettaglio, come la conservazione di larghe chiazze lasciate dal tempo sul muro della facciata o gli aloni fumosi che identificano il locale dove un tempo si essiccavano le castagne, massima risorsa alimentare di queste momtagne, parla da solo e racconta di scelte misurate e pensate per contemperare esigenze abitative e volonta’ conservative.
In ogni ambiente, mobili decappati e odorosi di cera o solide credenze Ottocento, in piacevole alternanza ad arredi moderni ma semplici, svelano l’hobby del proprietario per il bricolage e il restauro; a lui si deve il recupero di tavoli, porte e infissi e particolari minimi ma emblematici come i vetusti cardini ritrovati ai mercatini dell’antiquariato, in sostituzione di moderne ma antiestetiche cerniere.
Due i camini, uno nella cucina-camera da pranzo, l’altro piu’ grande e bellissimo, ricavato nell’angolo del soggiorno.
In ognuno dei numerosi ambienti della casa, occhieggiano le creature in cuoio e legno che il papa’ della padrona di casa realizzo’ negli anni della pensione. Vere opere d’arte di certosina fattura, splendide e singolari, raffigurano soprattutto uccelli e il realismo e’ tale che a volte ci si aspetta di vederli spiccare il volo.

L’antico, qui alla Balòsa, va piacevolmente a braccetto con le piu’ recenti tecnologie, abilmente dissimulate per non compromettere il senso d’equilibrio che ogni angolo di questa bella residenza collinare ora trasmette. Le tinte pastello, l’intesa di volumi complessi ma ben affiatati, un arredo semplice ma sofisticato, suppellettili che sono a un tempo oggetti decorativi e strumenti d’uso pratico, ogni dettaglio sposa praticita’ ed estetica, comodita’ e gioia per lo sguardo. Il risultato ultimo, per l’ospite, e’ quello di sentirsi subito a proprio agio, una sensazione che predispone al relax, alla conversazione e rende sgradevole e molesto l’inevitabile momento del commiato.

Alberto Angelici

28 aprile 2004

LA FORZA DI PAOLA

Quattro anni fa incontrai per il Pavaglione una vecchia compagna di facoltà; fu lei ad informarmi che la mia ex-, persa di vista da almeno dieci anni, era ricoverata e stava molto male. Non le restava tanto, forse appena qualche mese, forse meno.

C’eravamo lasciati soprattutto perché i suoi genitori avevano fatto l’inferno per spingerci all’altare. Io non avevo reagito come avrebbero sperato. Pur volendole bene, evidentemente, non ero ancora pronto.
In seguito lei aveva avuto una storia con un uomo sposato...insomma le solite cose.
Pensai per tutto il pomeriggio e la notte. La mattina dopo telefonai alla clinica. Ci lavorava un amico ortopedico. Dovetti insistere ma infine parlo' di sarcoma osteogenico, una delle più insidiose forme neoplastiche del grande universo dei tumori. Percentuale altissima d’osteoblasti, le cellule tumorali, e via cosi'; era iniziato con un gonfiore al ginocchio e ora, dopo un inutile tentativo d’amputazione, le metastasi erano ovunque, anche nella cavità toracica. Un macello, aveva commentato. Neppure la chemio era servita un granché e il cobalto aveva solo rallentato un processo che poi era ripreso con maggior vigore.
Alle 14 ero fuori della camera, con il cuore che galoppava, le vertigini in testa e la paura di ciò che avrei trovato oltre quella porta di laminato grigio.
Sua madre era accanto al letto. Riconoscendomi s’irrigidì. Vidi le labbra stringersi fin quasi a scomparire. Mosse la testa in un muto saluto. Riuscì perfino a sorridermi. Paola era pallidissima e cosi' smagrita, come prosciugata dall’interno, che quasi non la riconobbi. Le ossa tiravano la pelle e i lineamenti delicati che conoscevo tanto bene erano induriti ed esageratamente marcati.
Dimostrava venti anni di più.
Stava rivolta verso la finestra, aperta sui platani del parco.
Quando si giro', lo sguardo fu come una martellata in fronte. Era il solito dolce sguardo, intelligentissimo e vivo. Quello sguardo che era stato mio, solo mio, ora lo era di nuovo. Intatto e vivo. Incredibilmente, nulla era cambiato in quegli occhi...oppure sapevano mentire quanto non e' umanamente possibile mentire?
Strinse un po' la mano della madre, le fece un impercettibile segno e fummo soli. Non sapevo che dire e avevo un tappo in gola.
Cosi' parlo' lei, prendendo fiato ad ogni parola. Fu lei a sostenermi... lei a rincuorarmi...

Rimasi li’ore, non so quante. Le diedi da mangiare, dopo che la madre aveva fatto capolino alla porta per dire che allora lei andava.
La imboccai, attraverso labbra un tempo morbide e carnose, ora sottili e secche come cartone. Parlo' soprattutto lei, con una serenità e una forza che mi sconvolsero. Ma dove la prende quella forza, DOVE?! Mi chiedevo.
Nei giorni successivi tornai ogni giorno, facendo finta di ignorare, lei cosi' voleva, i tubetti che sempre di più la collegavano ad apparecchi e sacchettini trasparenti.
Sapeva scherzare anche su quello, anche su quello. Li chiamava i suoi compagni di viaggio, i suoi amici. Amici, si'...perché erano sempre con lei (!), giorno e notte e le impedivano di soffrire. Dunque, amici.
Parlammo per un tempo infinito e tanto fece che mi trasmise la sua serenità, la sua indicibile forza.
Il tempo si dilato' per noi, aprendoci le porte di una dimensione ignota ai più. Un mondo solo nostro nel quale potevamo dettare le condizioni. Un mondo dal quale dolore e sofferenza erano banditi, come pure lamentele e autocompatimento. Regole ferree che c’eravamo imposti, che MI aveva imposto. Le sole regole che potevano rendere bellissime quelle ore, non sapendo neppure quante sarebbero state.
Non eravamo mai stati tanti vicini, mai. Secoli d’emozioni potevano passare da lei a me o viceversa, con lo scoccare di uno sguardo.
Ad ore fisse eravamo interrotti dalle infermiere per le operazioni di controllo. Cambio delle flebo, dei cateteri, ecc, ecc.
Lei accettava tutto con calma olimpica, non mostrando, a me che la scrutavo non visto (forse...), tentennamento alcuno.
Sorrideva.
La sera tornavo a casa dai miei. Mia moglie sapeva. E' una donna intelligente e capiva, pur senza farmi domande. Capiva ciò che provavo e proprio perché intelligente, accettava e probabilmente soffriva nel vedere me cosi' diverso, cosi' muto. Ma non diceva nulla.
La cosa andò avanti per circa un mese. Un mese in cui sembro' che le condizioni di Paola rimanessero stazionarie. Anzi mi parve perfino riprendere forza.
Il tracollo venne improvviso.
Mancai dal lunedì al mercoledì, per un viaggio di lavoro.
Quando la rividi' mi parve di morire ... e invece era lei che se ne stava andando.
Semi-inerte per ciò che le riversavano in vena nel tentativo di arginare il dolore, mi riconobbe appena.
Pochi istanti per stringermi il polso e sussurrarmi non ti preoccupare, caro...
Non andai al funerale. Non m' interessava, no davvero.
Non sono mai stato alla sua tomba ne’mai il faro', credo.
Lei la vedo e la sento. E' nei miei sogni. So per certo che sta bene e questo, solo questo, m' importa. Non m' interessa vedere dove stanno le sue ossa.
Mi importa che se ne sia andata da qui senza rabbia, senza paura. So che e' stato cosi'. La calma che vedevo in lei non era solo ostentata. Era vera, reale.



Alberto Angelici – 21 gennaio 2004

LA FORZA DI PAOLA

Quattro anni fa incontrai per il Pavaglione una vecchia compagna di facoltà; fu lei ad informarmi che la mia ex-, persa di vista da almeno dieci anni, era ricoverata e stava molto male. Non le restava tanto, forse appena qualche mese, forse meno.

C’eravamo lasciati soprattutto perché i suoi genitori avevano fatto l’inferno per spingerci all’altare. Io non avevo reagito come avrebbero sperato. Pur volendole bene, evidentemente, non ero ancora pronto.
In seguito lei aveva avuto una storia con un uomo sposato...insomma le solite cose.
Pensai per tutto il pomeriggio e la notte. La mattina dopo telefonai alla clinica. Ci lavorava un amico ortopedico. Dovetti insistere ma infine parlo' di sarcoma osteogenico, una delle più insidiose forme neoplastiche del grande universo dei tumori. Percentuale altissima d’osteoblasti, le cellule tumorali, e via cosi'; era iniziato con un gonfiore al ginocchio e ora, dopo un inutile tentativo d’amputazione, le metastasi erano ovunque, anche nella cavità toracica. Un macello, aveva commentato. Neppure la chemio era servita un granché e il cobalto aveva solo rallentato un processo che poi era ripreso con maggior vigore.
Alle 14 ero fuori della camera, con il cuore che galoppava, le vertigini in testa e la paura di ciò che avrei trovato oltre quella porta di laminato grigio.
Sua madre era accanto al letto. Riconoscendomi s’irrigidì. Vidi le labbra stringersi fin quasi a scomparire. Mosse la testa in un muto saluto. Riuscì perfino a sorridermi. Paola era pallidissima e cosi' smagrita, come prosciugata dall’interno, che quasi non la riconobbi. Le ossa tiravano la pelle e i lineamenti delicati che conoscevo tanto bene erano induriti ed esageratamente marcati.
Dimostrava venti anni di più.
Stava rivolta verso la finestra, aperta sui platani del parco.
Quando si giro', lo sguardo fu come una martellata in fronte. Era il solito dolce sguardo, intelligentissimo e vivo. Quello sguardo che era stato mio, solo mio, ora lo era di nuovo. Intatto e vivo. Incredibilmente, nulla era cambiato in quegli occhi...oppure sapevano mentire quanto non e' umanamente possibile mentire?
Strinse un po' la mano della madre, le fece un impercettibile segno e fummo soli. Non sapevo che dire e avevo un tappo in gola.
Cosi' parlo' lei, prendendo fiato ad ogni parola. Fu lei a sostenermi... lei a rincuorarmi...

Rimasi li’ore, non so quante. Le diedi da mangiare, dopo che la madre aveva fatto capolino alla porta per dire che allora lei andava.
La imboccai, attraverso labbra un tempo morbide e carnose, ora sottili e secche come cartone. Parlo' soprattutto lei, con una serenità e una forza che mi sconvolsero. Ma dove la prende quella forza, DOVE?! Mi chiedevo.
Nei giorni successivi tornai ogni giorno, facendo finta di ignorare, lei cosi' voleva, i tubetti che sempre di più la collegavano ad apparecchi e sacchettini trasparenti.
Sapeva scherzare anche su quello, anche su quello. Li chiamava i suoi compagni di viaggio, i suoi amici. Amici, si'...perché erano sempre con lei (!), giorno e notte e le impedivano di soffrire. Dunque, amici.
Parlammo per un tempo infinito e tanto fece che mi trasmise la sua serenità, la sua indicibile forza.
Il tempo si dilato' per noi, aprendoci le porte di una dimensione ignota ai più. Un mondo solo nostro nel quale potevamo dettare le condizioni. Un mondo dal quale dolore e sofferenza erano banditi, come pure lamentele e autocompatimento. Regole ferree che c’eravamo imposti, che MI aveva imposto. Le sole regole che potevano rendere bellissime quelle ore, non sapendo neppure quante sarebbero state.
Non eravamo mai stati tanti vicini, mai. Secoli d’emozioni potevano passare da lei a me o viceversa, con lo scoccare di uno sguardo.
Ad ore fisse eravamo interrotti dalle infermiere per le operazioni di controllo. Cambio delle flebo, dei cateteri, ecc, ecc.
Lei accettava tutto con calma olimpica, non mostrando, a me che la scrutavo non visto (forse...), tentennamento alcuno.
Sorrideva.
La sera tornavo a casa dai miei. Mia moglie sapeva. E' una donna intelligente e capiva, pur senza farmi domande. Capiva ciò che provavo e proprio perché intelligente, accettava e probabilmente soffriva nel vedere me cosi' diverso, cosi' muto. Ma non diceva nulla.
La cosa andò avanti per circa un mese. Un mese in cui sembro' che le condizioni di Paola rimanessero stazionarie. Anzi mi parve perfino riprendere forza.
Il tracollo venne improvviso.
Mancai dal lunedì al mercoledì, per un viaggio di lavoro.
Quando la rividi' mi parve di morire ... e invece era lei che se ne stava andando.
Semi-inerte per ciò che le riversavano in vena nel tentativo di arginare il dolore, mi riconobbe appena.
Pochi istanti per stringermi il polso e sussurrarmi non ti preoccupare, caro...
Non andai al funerale. Non m' interessava, no davvero.
Non sono mai stato alla sua tomba ne’mai il faro', credo.
Lei la vedo e la sento. E' nei miei sogni. So per certo che sta bene e questo, solo questo, m' importa. Non m' interessa vedere dove stanno le sue ossa.
Mi importa che se ne sia andata da qui senza rabbia, senza paura. So che e' stato cosi'. La calma che vedevo in lei non era solo ostentata. Era vera, reale.



Alberto Angelici – 21 gennaio 2004

LA MEDICINA DELL'ORTO DI OLMO
Di Alberto Angelici

Bella, la collina nei pressi di Scandicci, morbida, ondulata e gentile, segnata da scuri matitoni che son cipressi, fittamente grigia d'ulivi, punteggiata di cascinali ed eleganti residenze.
Il sentiero scende sottile dal fianco della strada, appena visibile tra ginestre, ranuncoli, finocchio selvatico e mille altre essenze messe la' dalla Natura.

Poche curve verso il basso nelle pieghe del terreno, qualche centinaio di passi e Olmo e' li', nella valletta, un fazzoletto di terra addomesticata tra boschetti incolti e cespugli. Una dozzina di riquadri segnati da vialetti offrono ortaggi di stagione, prezzemolo e indivia e al limitare del pendio una lunga siepe di rosmarino e alcuni vecchi fichi contorti e grigi come pietra, noccioli, mandorli e un grande olmo. Per sfruttare al meglio il poco spazio sono stati ricavati
sul pendio alcuni terrazzamenti che ospitano anche la piccola costruzione fatta di tavole riciclate, pali di castagno, fogli di compensato.

Tra l'erba e il coltivato sono minuscole composizioni di ciottoli di gusto orientaleggiante e il luogo e' denso del fascino della campagna piu' quieta, semplice e a un tempo sofisticato. Qua e la' panchine di grossi rami invitano alla sosta e alla contemplazione e i prati ben rasati attendono giochi di bimbo.
Un rigagnolo taglia il sentiero, gorgoglia appena, nei mesi freschi, ma scompare con la calura estiva. Grandi cuscini d'ortica dalle foglie seghettate approfittano dell'ombra ai piedi delle piante piu' alte e diventano il condimento di estemporanei risotti preparati sul fornellino da campeggio, con porri selvatici, malva e un piccolo aglio ursino.

Orto di Olmo, cosi' il suo creatore e proprietario lo chiamo' anni fa, non e' solamente un coriandolo di terra ma molto di piu': e' una medicina, il piu' naturale dei rimedi ai rumori della citta', allo stress del lavoro, rifugio sempre pronto, ottima palestra in cui scaricare sulla vanga le tensioni accumulate, negozio sempre aperto per verdure fresche e prive di veleni.

Accanto alla porta del rustico capanno, sotto un pergolato che d'estate tiene lontano il caldo, un piccolo box, anch'esso di legno, contiene il "libro degli ospiti" per i visitatore che vogliano lasciare un'impressione o anche soltanto un pensiero. Le pagine sono un alternarsi allegro di calligrafie diverse, da quelle incerte dei compagni di scuola dei figli ad altre piu' adulte e composte. Tutte
parlano di quiete magica, di pace, di armonia.

La medicina, qui, non attende l'invito e arriva per tutti e nessuno sa ne' ci si vuol sottrarre, perche' ad ascoltare i merli gorgheggiare e il vento tra i rami piu' alti, senti mille tentacoli leggeri portarsi via da dentro le tensioni, riempi gli occhi e l'anima di tutto quel verde e, senza neppure accorgertene, le batterie sono gia' cariche di energia nuova.

Orto di Olmo, con le maiuscole, perche' se le merita davvero. Anche se lui, modesto e semplice come un vecchio saggio, se potesse parlare forse le rifiuterebbe.

LA RAGAZZA SENZA SLIP

Mattino assolato di un giorno qualunque. Sono le nove e già il caldo soffoca, greve e appiccicoso di un’umidità che fa pensare a Paesi sub equatoriali più che alla Val Padana. Lungo i marciapiedi le persone sono poche e, tutte, portano sul viso quel +37 che le news di ieri avevano preannunciato.

Il traffico è schizofrenico, fatto di improvvise accelerazioni, di slalom tra le corsie, di bruschi rallentamenti che significano, di solito, un cellulare incollato alla guancia e la testa abbassata da un lato. Le auto scivolano sulle corsie, rapide occhiate scoccano dai vetri accuratamente sigillati e scuri, verdini o grigi quelli delle macchine più economiche, nerissimi e semi-impenetrabili quelli delle vetture di lusso che trasformano i passeggeri in ombre indistinte che esprimono distacco, una sorta di snobismo, come se non volessero mischiarsi alle altre macchine. Sembrano dire: “Sì, siamo qui anche noi, è vero, ma teniamo le distanze, per favore!” Del resto non è da oggi che i vetri scuri fanno figo: avete mai notato che nelle pubblicità le automobili hanno i vetri che sembrano smaltati di nero?

Scorgo un grosso Mercedes ML che pare l’auto di Macchianera o anche un carro funebre e mi coglie un pensiero buffo: che dietro a quei finestrini anneriti ci sia qualcuno che guida completamente nudo! Sì, mi dico, dev’essere una tentazione irresistibile, quella di girare nel traffico senza nulla addosso, neppure le mutande: tanto non ti vede nessuno! Già, ma se poi buchi una gomma o ti ferma la polizia e devi tirare giù il finestrino, come la metti? E non puoi neppure dare una monetina ai vulava’!

Pensieri strani, che forse vengono solo a certe temperature. E meno male che in auto l’aria condizionata riesce a mantenere un clima accettabile, altrimenti chissà cosa mi passerebbe per la testa.

Ora il traffico è più ridotto; mi trovo in una laterale che percorro raramente. Lo spazio jazz di Radio 3 trasmette Gerry Mulligan e Paul Desmond in un famoso duo da virtuosi: forse è il quartetto di Dave Brubek, mi dico e batto il ritmo sul volante. È il momento del sax e lascio che le note sensuali mi scorrano sulla pelle. Le sento vellicarmi i peli delle braccia, guardo giù e noto una leggera pelle d’oca. Accidenti, penso, mica può essere colpa del condizionatore, che quasi non ce la fa! No, è la musica, questo sax incredibile, la carezza delle note. Sulla destra un movimento al limite del campo visivo capta la mia attenzione. Una ragazza e un motorino, un vecchio motorino, mica uno di questi scooter scintillanti come caramelle appena leccate. Fa segni verso di me. Non il motorino, la ragazza. Carina, alta e con una gran massa di capelli biondi. L’ espressione è tesa e angustiata, vedo le labbra comporre parole che non superano la barriera dei cristalli. Il bauletto del motorino è spalancato e una profusione di oggetti sparpagliati a terra: stracci, un paio di occhiali, un cacciavite. Ho solo pochi istanti, anzi meno, per decidere. Sterzo verso il ciglio e metto i 4 lampeggianti. Meglio essere prudenti, così abbasso il vetro di pochi centimetri e in quel varco si insinuano, nell’ ordine: una lama di luce che sembra un laser chirurgico, uno sbuffo umidiccio e caldo da lavanderia-stireria, odore di pneumatici stracotti, la punta di quattro dita ben curate, un bel nasino a patatina e due occhi ansiosi color del cielo quando è azzurro che di più non si può. Mi chiedo come facciano tante cose a passare da uno spazio stretto così, ma passano, altro se passano!

“Ciao, mi si è rotto il motorino…accidenti, e pensare che proprio ieri dicevo che lo avevo pagato troppo poco… Fa un odore…come una padella sul fuoco con niente dentro….” Voce piacevole ma la cadenza è quella ben marcata del bolognese. È pensierosa e scocciata, però noto che non suda. Niente sudore sul viso, né sulle braccia lasciate scoperte dalla camicetta. Anche i capelli sembrano a posto, soffici e ondulati, come appena usciti dal parrucchiere.
“Taptap…” le dita battono nervose sul bordo del finestrino che a quel punto ho abbassato del tutto. Niente anelli alle dita. Che strano.
“ Ah...grazie per esserti fermato! Qui passa mica tanta gente e sono qui già da un quarto d’ora e cominciavo a sentirmi come una merda, con ‘sto cavolo di telefonino scarico, perchè…- mi scocca un’occhiata tra l’imbarazzato e il divertito - …perchè non c’ho una lira, ecco perchè. Per fortuna che in ditta mi pagano tra una settimana!”. Accidenti che bel sorriso, penso io.
Scendo: a quel punto, restare trincerato in macchina mi sembra ridicolo.
“Beh…cosa si può fare? Non sono un meccanico ma…ha provato a riavviarlo a spinta? No, eh? Vediamo se ci riesco…”

Pesto sul telecomando per chiudere gli sportelli, perchè non si sa mai che non sia un nuovo sistema per fregare le auto.
E via, sotto un sole che grandina come lava, sentendomi un po’ cretino. Ma d’altra parte mica posso lasciarla lì a far notte.
Ci provo due, tre volte ma niente da fare: forse è ingolfatissimo o forse non arriva la miscela…sì, ce n’è, ce n’è: è la prima cosa che ho controllato.
Il traffico mi sfiora e ne respiro la polvere e i gas. Vedo qualche testa girarsi, poi ignorarmi. Il sudore scende in rivoli caldi giù lungo la schiena, dalla fronte arriva agli occhi e brucia, accidenti se brucia. Decido che può anche bastare: serve cercare un’altra soluzione.
La ragazza sta aspettando, sempre più ansiosa e cincischia gli occhiali.
“Senta…sa cosa facciamo adesso? Abbatto gli schienali posteriori e vediamo se il suo motorino ci sta, così l’accompagno a casa. Cosa ne dice?”
Un sorriso, ampio come un divano frau e altrettanto bello, risponde da solo e il sollievo è evidente.
Detto e fatto. Per fortuna la mia è una station wagon di quasi cinque metri e a cucci e spinte il trabiccolo ci entra tutto.

La sbircio, cercando di non farmi notare. Sta un po’ impettita, una mano scende sulla gonna jeans, quasi a stirarne le pieghe. Non è troppo corta, la gonna, così che delle gambe abbronzate spuntano soltanto ginocchia e polpacci. Forse ha capito che la sto osservando, perchè un’occhiata scocca veloce dalla mia parte, poi lo sguardo torna in avanti, mentre le mani scorrono sempre più veloci a sprimacciare il jeans scolorito.

“Ecco, guardi, la rimessa dove si mettono le cose del condominio è quella laggiù, vede?”
Adesso mi da del lei, mentre prima del tu.
Il cortile è come mille altri, lastricato in cemento, ma a pochi passi scorgo il verde di un giardino ben tenuto, completo di altalena e giochi per bambini, siepi di lauro ceraso e qualche alberello con la chioma potata a sfera. Accanto a noi inizia la lunga fila dei garage. Attorno, altri palazzi simili e la struttura ovoidale di un grande a basso edificio che sembra destinato allo sport.
La luce è abbacinante e ruba i colori, ruba le ombre e ruba profondità alle cose schiacciando i volumi che si riducono a piatte forme bidimensionali. Deve aver rapito anche la gente, perchè in giro non si vede un’anima.
La ragazza ha finito di trafficare con le chiavi e mi fissa.
Vede che la guardo e sorride. Fa un gesto con il braccio, frulla nell’aria bollente, poi infila le dita nei riccioli che sembrano sempre appena usciti dal parrucchiere. Anche la pelle sembra fresca e asciutta. Ma come fa?
“Grazie, grazie…sei stato tanto carino e gentile. Anche a provare di rimetterlo in moto. Devi esserti fatto una sudata!”
Ancora il tu, e mi viene da sorridere e forse lo faccio davvero, perchè anche lei sorride e i vent’anni che le ho attribuito scendono a sedici.
“Non so come ringraziarla – e dai! - davvero non so come fare… però….”
D’un tratto un’espressione birichina invade il bel viso acqua e sapone. Rapida si guarda intorno, scruta i terrazzini e le finestre. No, non c’è nessuno da nessuna parte: devono essere tutti ad ansimare sotto ai ventilatori, agitando i ventagli e, chi può, nella fresca penombra dei condizionatori. Veloci le mani corrono all’orlo della gonna, con un solo colpo la solleva al petto, mentre a me la mandibola sbatte rumorosamente sul selciato. O almeno così penso.
Perché sotto non ci sono slip. Già, niente slip ma soltanto lunghe gambe affusolate e, al termine, un grazioso, folto triangolo di pelo biondo.
Poi la gonna ricade e nel grande cortile risuona una risata argentina e cadenzata.
“Ecco, dovevo pur ringraziarti in qualche modo!!” Con un frullo gira le spalle e la porta scatta dietro di lei con un ruvido raschiare di cardini malconci.

LA SOTTILE LINEA TRA LA VITA E LA MORTE
di Alberto Angelici

A volte la linea di demarcazione tra la vita e la morte puo’ essere davvero molto sottile.
Anche questa mattina tutto, dal cielo livido al traffico nevrotico, fa pensare che sara’ una giornata simile a tante altre.
Non e’ cosi’, perche’oggi, mercoledi’, la mia vita non e’ finita per un battito di ciglia e pochi, miseri centimetri d’asfalto.

Via della Pietra, nella periferia ovest della citta’, una zona dove passo spesso. Freddo nelle ossa. Serve un orzo bollente, mi dico, magari con abbondante miele. Sotto il portico un bar-tabacchi. Di fronte, un furgone Enel lascia libero un lungo spazio e mi c’infilo.

Fermo sull’incrocio con una laterale guardo un autocarro Iveco avvicinarsi con andatura allegra. Sembra proseguire diritto ma all’ultimo momento mette la freccia verso sinistra e sterza a pochi metri da me. La strada e’ stretta: pochi passi, questione di un attimo e saro’ dall’altra parte. Sinistro…destro, sto per arrivare al marciapiedi, quando colgo un movimento ai margini estremi del campo visivo. Il tempo di girarmi e sul fianco di tela verde del camion che sta curvando, si apre un’orrida bocca seghettata e un’ enorme parallelepipedo lungo parecchi metri rovina davanti a me con un tonfo sordo. Alcune lamiere si staccano con clangore metallico spargendosi attorno e le schegge di un monitor finiscono davanti a me che sembro trasformato in una statua di sale. Ho ancora una gamba allungata verso il gradino, gli occhi fissi sul monolito metallico grande come un automobile caduto a meno di un metro dai miei piedi. Il camion blocca all’ istante, si spalanca lo sportello.
“OH MADONNA MIA, MA CHE CAZ…..OH BENEDETTO…MA CHE E’ SUCCESSO?? MA GUARDA QUI…”
Con gli occhi fuori dalla testa, l’autista fissa quel caos poi guarda me e ancora la macchina.
“Ma lei era qui?!”
“Eh gia’ che ero qui…stavo…stavo attraversando quando …quando lei ha girato. Ecco…insomma, mi sono visto… mi sono visto… aspetti… mi devo mettere a sedere..Pero’ lei andava troppo forte…troppo forte…”
Le ginocchia tremano, mollicce come burro, e ad ogni istante tremano di piu’.
Mi gira la testa. Seduto sul gradino del marciapiedi sento il vomito salire per la gola. Di fronte a me uno spigolo di acciaio lucido mi da la nausea. Sembra la lama di una mannaia da giganti ed e’ profondamente confitto nell’ asfalto.
Provo ad immaginarlo mentre scava la carne, frantuma le ossa e mi schiaccia come potrei fare io con una zanzara. I capogiri aumentano e ho freddo, sempre piu’ freddo..

Si e’ formato un capannello di persone, passanti per lo piu’, ma anche bottegai e persone uscite apposta dalle case vicine.
Poi e’ un valzer in crescendo. Prima una volante della questura, quindi i carabinieri. Dopo un po’ due macchine dei Vigili e un camion dei pompieri. Arriva un tipo smilzo sui sessant’anni in mercedes. Ha l’aria trafelata e subito inizia a discutere sotto voce con l’autista. Parlano fitto, vedo che si girano verso di me, mi guardano seduto come un questuante. Avrei voglia di sdraiarmi, fregandomene della gente che mi sta attorno. Avrei voglia di sdraiarmi, li’ tra tutti quei piedi sconosciuti e dormire per poi svegliarmi e scoprire che e' stato un sogno.

Preannunciata dal belare elettronico e da lampi di luce blu arriva come una fucilata un’ambulanza e con due brusche manovre blocca l’unico varco dell’ incrocio lasciato libero dagli altri mezzi.
Ancora lampi ma sono quelli di una ragazzetta carica di fotocamere.
“ Scatta qui, fai un campo lungo dell’incrocio e molte del bagaglio, qui, il coso di ferro…accidenti se e’ grosso! Si’, si’…anche da li’…fanne tante, che poi scegliamo le migliori”.
E’ uno lungo, che parla, infilato in un impermeabiluccio color nebbia, in testa un cappello a cencio della stessa tonalita’, in una mano un cellulare, nell’altra un notes.
Si sbraccia e salta da un punto all’ altro, fa segni con le mani, spara ordini alla fotografa e intanto parla al cellulare di cui pesta ogni pochi attimi i pulsanti.
“Chi, quello li’? Non so mica…aspetta!” aggiunge, incerto, mentre la ragazza gli indica il sottoscritto.

“Scusi, senta, lei per caso ha visto com’e’ successo? Voglio dire, come ha fatto a venire giu’ quell’affare dal camion “ Indica con un unghia masticata fino alla carne.
“Beh, si’, certo che ho visto, l’avrebbe visto anche un cieco: e’ venuto giu’ a un palmo da me”
“DAI, DAI, FOTOGRAFALO!!”
Mai io nel frattempo ho deciso che voglio parlare con l’uomo della mercedes…credo che abbia a che fare con la societa’ dei trasporti o con il proprietario del carico. Abbandono i due del Carlino anche se mi fanno dei segni.
Il tipo segaligno sta ancora parlando. L’autista gesticola ripetutamente verso il cassone, fa un passo in qua, uno in la’. Ne vedo lo sguardo agitato, la barba setolosa e nera come quella di Di Pietro e, nel controluce, un pulviscolo di saliva davanti alla bocca.

“Senta, per favore, potrei parlarle un momento?”
L’ uomo si gira, gli occhi duri e piccoli profondamente infossati nelle orbite. Il suo alito sa di toscano e difatti per terra ce n’e’gia’ uno sbrindellato, un secondo lo sta masticando nervosamente.
“Sii’, dica!”
“Beh, vede, io stavo per essere schiacciato da quel….- e faccio segno con la mano – cosi’, mi …”
“Ah, siii’, e chi lo dice che e’andata come dice lei? ”
Il mento e' proteso in avanti, l' atteggiamento bellicoso sembra cercare battaglia.
L’autista lo tira per una manica.
“Ingegnere… si’, guardi che…”Poi non sento piu’ nulla perche’ lo trascina da una parte.
A pochi passi da li’, i due poliziotti della pattuglia girano attorno all’autocarro con aria pensosa, sbirciano oltre il telone stracciato, li vedo fare delle osservazione, indicare qualcosa, scuotere la testa.

“Allora, che voleva dirmi, lei? - borbotta nervosamente quello che l’autista ha definito ingegnere. Il tono e’ secco, quasi prepotente, aggressivo. Continua e non mi fa parlare - vorrei proprio che mi spiegasse…”
“No, se lei e’ dell’azienda proprietaria del carico – lo interrompe uno dei poliziotti, indicando la scritta sugli sportelli del mezzo - vorrei che LEI gentilmente spiegasse a noi come si puo’ trasportare una macchina che pesera’ almeno cento quintali appena appoggiandola su bancali e senza neppure una cinghia di fermo”.

“Ma…ma no, veda, il camion doveva arrivare soltanto fino qui in fondo alla strada, da un nostro cliente. Pochi minuti di strada! Avevamo calcolato che non ci fosse bisogno di fermi e che la macchina sarebbe rimasta ancorata al pianale con il suo stesso peso, capisce? “
“No, non capisco – ribatte il poliziotto – capisco solo che ci sono delle regole e che i carichi devono SEMPRE essere assicurati con catene o cinghie per garantirne la stabilita’ durante il trasporto. Se questo signore – e mi indica con una mano - ci fosse rimasto sotto, ora lei e la sua azienda avreste un problema molto, molto grosso. E gia’ cosi’ avete contravvenuto a vari articoli del codice stradale”
Fa per girarsi e andarsene ma cambia idea.
“…e se il signore - ancora lo stesso gesto - decidera’ di presentare denuncia avra’ tutto il diritto di farlo”
Guardo in faccia l’ingegnere. Ora l’aria aggressiva se n’e’ andata…forse per terra, assieme al secondo sigaro. Tace, mi guarda un attimo, poi parla ancora con l’autista, ancora al cellulare, sale in macchina e sparisce.

Lascio i miei dati e un breve resoconto al poliziotto, faccio lo stesso con l’autista del camion, mi scuso e torno alla macchina.

Passa una settimana e mi chiama in ufficio la voce flautata e professionale di una signora, assistente personale, su quel personale noto una particolare enfasi, del direttore generale della fabbrica di quel macchinone che per un pelo non era diventato la mia pietra tombale.
Chiede, con cerimoniosa cortesia, se posso, in un giorno di mia scelta, accettare un invito in azienda.

Ufficio immenso. Dalla porta il tavolo firmatissimo pare piccolo ma cresce mano mano che mi ci avvicino fino a diventare come il ponte di una portaerei. Di fronte, un “angolo” salotto in pelle bordeaux, tappeto crema, accessori in nuance e, ovunque, l'abile tocco di un arredatore di grido.
Lui sembra l’ uomo della pubblicita’ Bauli, quello che chiede sempre se per caso LUI e’ babbo natale e mai nessuno che gli risponda. Identico.
Bel sorriso grande grande e una stretta di mano da macho: breve, secca ma vigorosa.
Arriva il caffe’, elegantemente servito su vassoio d’argento, tazzine finissime. Trattamento vip, insomma. Hanno paura che sporga denuncia o forse pensano che io l’abbia gia’ fatta.

“Molto, molto brutta, la faccenda che le e’ capitata, caro Dottore - si’, sento anche la maiuscola nel tono della voce – una cosa che non avrebbe mai dovuta accadere”
Faccio si’ con la testa. Piu’ volte.

“Che le posso dire. La nostra azienda, la piu’ grande a livello europeo in questo settore, spedisce in tutto il mondo. Abbiamo precisi protocolli che definiscono ogni e piu’ minuto particolare sulle modalita’ di imballaggio e spedizione - allarga le braccia e un costoso cronometro gli scintilla al polso – Quando si costruiscono macchine come le nostre, che costano miliardi, e si deve tenere alto un nome cosi’ famoso….” e blablabla. La voce sfuma gradualmente nel nulla, assorbita dal senso di ipnotico fastidio che sto provando, consapevole che il boss di fronte a me sta usando tutto il suo savoir faire per ammorbidirmi ma lo sento cosi’ costruito, cosi’ scontato, spontaneo come il mio computer quando sforna modeli di testo precedentemente immagazzinati in memoria.

“…una leggerezza, una leggerezza del tutto inconcepibile e gravissima ma, come le ho appena detto, abbiamo gia’ provveduto”.

Torno in me, mi scuoto dal torpore che mi ha invaso. Lo vedo sporgersi verso di me, l’espressione soddisfatta del ragazzino che ha fatto bene il compito e che attende il giusto riconoscimento.

“ Sc…scusi, puo’ ripetere?”

“Come le stavo dicendo, Dottore, l’ingegnere responsabile del reparto stoccaggio e spedizioni non e’ piu’ tra i nostri collaboratori gia’ da alcuni giorni, mi spiego? Mi auguro che questo, assieme alla gratitudine dell’Azienda, possa essere sufficiente per scusarci di quanto lei ha dovuto subire per colpa della nostra negligenza. Oh, naturalmente assieme alla piu’ ferma rassicurazione che MAI una cosa del genere potra’ ripetersi in futuro: mi sono PERSONALMENTE preoccupato affinche’ le procedure di controllo siano piu’ rigide e sicure.”
Sorride e nello sguardo compiaciuto c’e’ la speranza di aver “messo le cose a posto”.

Tre giorni dopo un fattorino della stessa azienda consegna alla mia abitazione sei bottiglie del piu’ costoso champagne francese millesimato e un cofanetto di cognac cosi’ invecchiato che ancora oggi non mi azzardo ad aprirlo.

LE DAMIGIANE DI PIAN DE’ BISCIOLI

Nel focolare le braci baluginano appena e la pietra raffredda in sommessi scricchiolii. La stanza ancora immersa nel buio è gelida e a rompere il silenzio solo il denso ronfare di corpi addormentati. Appresso al camino si leva un’esile figura barcollante che dirige al secchiaio; un sospiro, uno sbadiglio, poi una scoppiettante scoreggia che appena lo scuote dal torpore.
- Friccu mio, hai solo 20 anni ma stai proprio invecchiando! - borbotta fra sè mentre raspa un ceppo per cavarne uno stuzzicadenti. Solo un anno prima avrebbe sopportato facilmente tutto l’alcool che la sera prima era seguito al cinghiale arrosto, pane croccante e patate in quantità. L’allegria e il gran fuoco avevano arso la gola a tutti e il mistrà era scorso nei bicchieri fino a tardi.
Che colpo di fortuna prendere quella bestia! In pratica gli era finita addosso mentre facevano legna: un esemplare giovane e inesperto e il Vecchio lo aveva colpito forte sul cranio con un grosso ramo e i coltelli avevano fatto il resto.
Fiammiferi, pietra per affilare, pennato, pane, formaggio, fazzoletto: gli pare di aver preso tutto.
Mentre è intento all’inventario mentale, il sentiero ha preso a salire verso Pian de’bìscioli. Non gli serve alcuna attenzione al percorso: da anni ci viene a far legna o a camminare con Beo, compagno di giochi e di fatiche , perciò di quei luoghi lui conosce ogni centimetro e i piedi vanno da soli E’ piccolo e storto, il suo cane, ma gli occhi dolci come caramelle gli erano piaciuti fin dal primo apparire sulla porta di casa; una crosta di formaggio bastò a suggellare un’amicizia che sarebbe durata per sempre. E meno male che almeno ha lui, perché con la scusa che sono grandi e robusti, i suoi fratelli ci stanno sempre loro con il Padre. Lui è ancora troppo giovane, dicono, troppo magro e debole per aiutarli. In effetti, così mingherlino, vicino a loro non sembra nemmeno un Bracò. Non è stupido, però: solo non possiede grossi muscoli o manacce come prosciutti. Quante volte si era allenato di nascosto a sollevar pietroni sperando di diventare come loro, per andare anche lui a lavorare alla caldaia!
Si scuote dai ricordi dell'infanzia e recupera l’attenzione.
-E' già un po' che lavoriamo in questa zona e i carabinieri, potrebbero sospettare qualcosa. Adesso poi che hanno ricevuto rinforzi sarà ancor peggio - bofonchia tra sè, mentre sale nel fresco della macchia.
-Quello nuovo è sempre in giro a far domande: che vuole, diventare Generale tutto in una volta?! Si vede che non bastavano tre Carabinieri a rompere, ce ne voleva un altro! -
Fino a un paio d’anni prima, le cose andavano meglio. Certo, era una faticaccia trasportare a spalla le damigiane giù per i sentieri fino al biroccio e far legna di continuo per mantenere vivo il fuoco spaccava la schiena, però si faceva di giorno e sempre nel medesimo posto, nessuno rompeva i minchioni e la notte si dormiva. Bisognava solo ricordarsi di scegliere legna ben secca e non di pino, che fa fumo.
Adesso ogni pochi giorni ci si deve spostare con tutta la roba, per non farsi prendere con le mani nel sacco, anzi nel mistrà.
Brontolando scuote il capo e intanto avanza tra carpini e faggete, ginepri e macchie di ginestrino.
Vorrebbe sapere l’ora ma l'unico orologio sta in tasca a suo Padre però un giorno ne avrebbe avuto uno anche lui, magari d'argento! E' partito troppo tardi e tira una silenziosa bestemmia: si stava così bene in branda, dove nonna Fiora aveva appena cambiato il sacco, gonfio di foglie di granturco appena prese in soffitta. E’ da sempre il cocco della nonna, lui, e se la gode un mondo agli sguardi torvi di Mariso e Peppe quando per esempio la patata più grossa finisce nel suo piatto. Se qualcuno prova ad obiettare, un movimento del sopraciglio di Fiora basta a riportare il silenzio. Del resto è cosa nota a tutti che il potere degli uomini, Pierino incluso, si ferma alla soglia di casa: oltre, comanda Nonna.
Comincia ad albeggiare e sullo sfondo sempre più chiaro del cielo i rami spogli degli alberi si fanno ogni minuto più visibili.
E’ ormai alla curva del Cornaccio e gli pare di sentire l'aroma pungente dell’alcool che scende a goccia dalla botte di rame.
-Bene-disse ad alta voce-segno che Gagà non dorme e il fuoco è ben vivo –
Nell’aria acidula del sentiero umido di sfagno già pregusta il calore delle brace, il piacere del caffè di cicoria.
La caldaia è tanto ben nascosta, incassata nel fianco della collina, che quasi vi cade sopra prima di vederla.
- Mari' 'nnamo dai, che il Vecchio sarà qui fra poco; fa giorno oramai e Sonaglioni sta già aspettando noi e queste dannate damigiane!-
Capisco che nostro Padre ci tiene a non scontentarlo: ci compera quasi tutta la roba anche se tira sempre sul prezzo. Comunque il Vecchio ci sa fare e il Gran Sonaglio ha gli acquirenti lontani e tiene la bocca chiusa.
Suo fratello, invece di darsi da fare, sta in un cantuccio, il viso lentigginoso concentrato su un pezzo di legno duro che incide con il coltello: un miracolo che non ci abbia ancora rimesso un dito a forza di ricavare strane figure da rami e radici. Ci dedica tante ore, a quel passatempo, sostenendo che tiene lontano il sonno, mentre sorveglia il pisciarello di grappa dalla caldaia.
Le grandi mani che staccano con cura minuscoli ricci di legno mi ricordano l'orso ammaestrato che al Circo eseguiva esercizi d’equilibrio su travi sottili.
Lo guardo e penso a quanto gli voglio bene, a mio fratello, che spesso chiamiamo Gagà, da quando si era presentato alla festa del paese con una cravatta a farfallino sotto la giacca.
Nelle Marche tutti hanno un nomignolo che a volte s’estende all’intera famiglia sostituendo il cognome. Nostro nonno aveva fin da ragazzo l'abitudine di portar brache molto larghe. Forse erano state fatte per un fratello maggiore, non so, ma lui sosteneva di trovarli comodi; i suoi pugni viaggiavano veloci e arrivavano pesanti, quindi nessuno ebbe mai da ridire. Il soprannome Bracò, cioè Braconi, rimase e da allora tutti noi della Famiglia, maschi e femmine, ce lo portiamo appresso.
-Papà tarda-disse in un soffio Mariso tappando l'ultima damigiana-
-Meglio così, perché non sarebbe per niente contento di vedere che stiamo a far chiacchiere e scolpire pezzi di legno: lo sai che lui al Gran Sonaglio ci tiene, mentre alle tue sculture non c'ha mai creduto pe'gnente manco un po'. -
Intanto che parlo penso come fare per recuperare tempo. Avremmo dovuto portare giù una damigiana a testa e uno di noi sarebbe risalito per caricare l'ultima, perdendo almeno un’ora.
Idea!
-Svelto, pija lo pennato e tajia due rami di nocciolo, dritti e grossi come un polso e sfrondali bene: forse ho trovato la soluzione -
Gagà non capisce perché perdere altro tempo-glielo leggo in faccia-ma prende a menar gran colpi.
-Ecco, vedi, questi ora li possiamo usare per fare una barella: tira fuori quei pezzi di corda che stanno la' in fondo.
In pochi attimi leghiamo in fila le tre damigiane alle stanghe passando lo spago molte volte anche sotto il carico.
-Dai, uno davanti e l'altro dietro, adesso portiamo giù le damigiane in un viaggio solo! Basta stare attenti a non inciampare. -
Mentre spiego i particolari, Mariso segue attento il lavoro delle mie mani, sta un momento a fissare l’aggeggio appena costruito, fa un sorriso largo così e comincia a stritolarmi una spalla per esprimere tutta la sua ammirazione. Una volta di più mi sento liberato dal senso d’invidia che mi prende quando guardo gli altri uomini della Famiglia. Peccato che dopo un poco mi si appiccica di nuovo addosso.
-Anch'io sono un Braco'-mi dicevo con forza, per imprimermelo bene in testa-e sono forte quanto loro, solo che li muscoli, io ce li ho in testa, anche se non si vedono!-
Appunto, hai detto bene, risponde una voce malefica dentro di me, non si vedono, nessuno li vede quindi è come se non esistono.
Parla, la vocetta, parla ma cerco di non ascoltarla.
Scendiamo allegri, io per aver conquistato la considerazione di Mariso, lui perché la nuova invenzione ci farà risparmiare chissà quanti viaggi.
Il sole, già alto sopra di noi, ha sconfitto la foschia, si mostra fra i rami facendo fumare i vestiti intrisi di nebbia e di sudore.
Costeggiamo una radura verde di erba grassa e ricca attraversata da un rigagnolo sottile come un dito. Manca poco. Sento i muscoli tremare, rigidi per lo sforzo.
- ALTO LA', FERMI DOVE SIETE! -
Una bovazza scesa dal cielo non potrebbe sorprenderci più di quelle parole imperiose che ci bloccano come statue di sale.
-FERMI LI'CHE VI HO SOTTO TIRO E IN ALTO LE MANI, SVELTI!-
Mariso, pallido come un morto, alza di colpo le braccia e molla le stanghe: la fila di damigiane inizia a rotolare lungo il pendio e si ferma ai piedi del Carabiniere con fragor di vetri; nell’aria si spande l’odore penetrante del liquore d’anice che sgocciola fin sulle scarpe di Pizzoli Giovanni, bolognese della Mascarella.
Non si può dire che l’uomo goda d’un fisico possente. Anzi, sulla magra figura la divisa pare quella di suo fratello maggiore e le uose troppo alte accentuano la bassa statura. Perfino i baffi a manubrio di cui va tanto orgoglioso, sostiene siano identici a quelli del Re, in quella circostanza sembrano posticci e conferiscono a tutto l’insieme un’aria davvero comica.
La collina intera pare trattenere il respiro. Le grandi querce assistono impassibili alla scena così come una famigliola di cornacchie alte su un ramo, che scuotono di continuo il becco aguzzo.
Il tempo passa e siamo ancora fermi, le braccia in alto.
Secondi che sembrano ore, minuti come secoli; occorre fare qualcosa, ma cosa?
-Se le mettete subito nell'acqua, forse la puzza se n’andrà via. Dalle uose, si capisce.-
E’ la voce calma di mio fratello.
-Zitto, ti pare il momento?!-vorrei urlare, ma non oso. Poi, d’un tratto, uno spasmo di riso mi sorge prepotente dal petto. Cerco di trattenerlo ma proprio non ci riesco.
Mentre la risata esplode fragorosa nella fine aria decembrina, un pensiero mi attraversa la mente, rapido come un falco in picchiata:
adesso quello spara e il nostro sangue si unisce al mistrà!
Restiamo di fronte a lui, ansanti e in attesa.
La bocca del '91 pencola verso il basso. Il viso del carabiniere è indecisione, sconcerto e stizza pura.
-Ero sulle vostre tracce già da alcuni giorni – tono incerto di chi vuol ritrovare un po’ di contegno-Quando stamattina ho visto il carro sotto gli alberi, ho pensato: vuoi vedere che adesso arriva qualcuno? E difatti siete arrivati voi con quella roba li'-. Fa così col dito.
-Quale roba?- Faccio io. Comincio a recuperare e ad intravedere un filo di luce nelle tenebre che c’erano piombate addosso -quale roba, a parte i cocci di tre damigiane che prima del vostro arrivo contenevano acqua di fonte? Del resto, cosa portera’ il vostro Maresciallo al giudice: cocci di vetro? Forse fareste meglio a lasciare stare tutto, come se non ci fossimo mai incontrati, non vi pare? Noi, del resto, abbiamo perso un mucchio di soldi che se ne stanno andando assieme a tanta, buona…acqua di fonte. Quando torneremo da nostro Padre passeremo ben più di un brutto quarto d'ora .-
Ci fissa, guarda i resti puzzolenti che stanno ai suoi piedi poi di nuovo noi, terreo in viso e impacciato da fucile, bandoliera e tascapane. Vorrebbe dire qualcosa, poi fa dietro-front e scompare nel boschetto da cui era uscito tre damigiane prima, scortato dalla nostra risata.

A casa non raccontammo mai come si erano svolti davvero i fatti e una radice sporgente dal terreno si prese tutta la colpa.
Io uscivo da quest’avventura consacrato all’incondizionata devozione di Mariso che ormai pendeva dalle mie labbra.
In capo a qualche mese ero il cervello riconosciuto ed accettato di un indissolubile trio familiare, cui anche nostro Padre guardava con rispetto, anche se, lo si capiva da come ci guardava sfregandosi il mento, aveva la netta impressione che qualcosa d’essenziale gli stesse sfuggendo.
Nonna Fiora scuoteva il capo, sorrideva, aveva capito tutto ma non diceva nulla.

MAGIA DELL’ IMPRESSIONISMO
Molte settimane sono trascorse dalla mia terza ed ultima visita alla Casa dei Carraresi, sede trevigiana della mostra sull’ impressionismo e Van Gogh, ma ancora mi gira dentro una ridda d’ emozioni che non si placa.
Ci penso molto. Penso alla magia che c’e’ in tutto questo. Mi chiedo se pittori come Degas o Henri de Toulouse Lautrec o Edouard Manet , Sisley, Pizzarro o lo stesso Van Gogh, intuissero che nelle tinte che stavano stendendo avrebbero per sempre racchiuso un’ infinita complessita’ di sensazioni.
Come allo strofinìo del panno dalla lampada magica scaturiva il genio pronto ad esaudire ogni desiderio, cosi’ accade al cospetto di certe immagini. E’ sufficiente porcisi davanti, riempire gli occhi di quei colori, di quelle suggestioni, di quelle luci ultraterrene e lasciare che esse ci scivolino dentro, impadronendosi di noi, facendoci godere.

Mi chiedo quale sia stata la molla, per questi artisti: l’egoistico piacere di sfogare una necessita’ irrefrenabile oppure un impulso all’esibizione edonistica della propria arte? L’ ambizione di divenire ricchi e famosi e, in qualche modo garantirsi l’ immortalita’ nell’ arte sopravvivendo alla propria esistenza terrena o piuttosto il bisogno piu’ o meno consapevole di provare a se’ stessi prima che agli altri il proprio valore? Oppure, semplicemente, guadagnarsi da vivere?
Io credo un po’ tutti insieme questi motivi e forse altri ancora, indissolubilmente lagati alle differenti situazioni di ciascuno di loro. Perche’ ogni nome che leggo sul catalogo e sui libri di storia dell’ arte, fu un tempo essere umano, e visse e soffri’ e gioi’, come tutti noi, patendo limiti, assaporando qualita’, accettando miserie e angoscie e paure.
Non va dimenticato che la maggior parte di loro fatico’ molto a lungo per darsi una notorieta’ che non pareva voler mai arrivare, per imporsi a un pubblico e a una critica che sembravano interessarsi soltanto ai movimenti artistici piu’ ortodossi e figurativi. Molti di questi artisti versavano in condizioni economiche difficili, talvolta disastrose. Si spiega allora come un Pissarro abbia visto un proprio quadro messo come premio a una riffa e scambiato dal vincitore con un bigne’ alla crema. Come si sara’ sentito, in quel momento, cosa avra’ pensato della propria arte? Una tela di Cézanne, punito dal padre per la sua unione con Hortense Fiquet, fu invece aggiudicato a un’asta per sette franchi. Siamo nel 1878, e’ vero, ma sette franchi erano pochi anche allora.
Insomma, il movimento impressionista stento’ molto e molto a lungo prima di essere preso sul serio e accettato da pubblico e critica. Servirono numerose esposizioni, tante manifestazioni, tanta tenacia, infinito amore.

Il corpo non e’ piu’, ma degli autori ogni altra cosa resta nelle opere che mi sfilano davanti e in esse rivive, intatta, potente e fiera, la loro personalita’. E’ come se l’ artista fosse al nostro fianco, in carne ed ossa, a spiegarci il perche’ di quel tratto, il motivo di quella luce, la ragione di quei colori.
Un unico esempio, che vale per tanti: “Lezione di danza” di Edgar Degas. Sono dozzine le tele da lui dedicate alla danza e alle ballerine e anche varie sculture, a cominciare dalla “mia” Piccola danzatrice di quattordici anni di cui ho gia’ tanto parlato. Degas era affascinato dalla danza, cosi’ plastica, dinamica ed equilibrata, qualcosa che abbraccia in se’ l’essenza stessa della vita: bellezza estetica, musica, potenza, volonta’, perfezione, armonia.
In questo ritratto ad olio di ballerine che provano, lo sguardo e’ subito catturato da un paio di scarpette da ballo abbandonate su di una panca e la loro staticita’ evidenzia la grazia e la sensualita’ della giovane donna che, li’ accanto, sistema sui polpacci la calzamaglia. L’ azzurro dell’ abito fa pensare a una polvere sottile che scivola leggera dalla ballerina in primo piano al gruppo che, piu’ indietro, appare concentrato nello studio. Il colore e’ astratto, indipendente dai personaggi e dalle forme, cosi’ impalpabile da sembrare pastello.
Sul fondo della sala, muri e pavimento si fondono in un tutt’uno del medesima, luminosa tinta marrone-arancio. La diversita’ delle sfumature e certi segni apparentemente casuali fanno pulsare la superficie che esprime energia controllata. Una figura e’ appena abbozzata, l’insegnante di ballo, quasi un fantasma o un riflesso di uno specchio. Egli sembra compresso, perso tra il gruppo e la figura in primo piano. Sorprendente il gioco degli sguardi: le ballerine guardano il maestro, cercano la sua approvazione,ma egli guarda la ballerina in primo piano, che guarda la sua scarpina, forse mal allacciata, vicino al paio di scarpine che noi vediamo subito.
Un gioco di sguardi, una catena sottile che si muove su piani differenti e conferisce profondita’ e forza all’immagine, un cerchio del quale ci si sente spettatori accettati ma non co-protagonisti, come se una linea esile ma resistente ci separasse da quell’universo di armonia e bellezza consentendoci di beneficiarne ma nel contempo vietandoci di esserne noi stessi parte integrante. Abbandono la contemplazione di questo quadro con una doppia, contrastante sensazione, la paradossale sensazione di esser stato accettato da quegli sguardi ma nello stesso tempo rifiutato.

MARIANNA, ANDREA E I SAPORI DEL MARE

Non ero mai stato a Palermo, cosi’ l’ aspettativa era tanta. Ci sono andato nel 2001 per pasqua, assieme a moglie e figlio minore: il grande oramai veleggia per altri lidi.
Oltre Mondello, appena a ovest di Palermo, tra Punta di Barcarello e Punta Matese c’e’ Sferracavallo, una piccola baia invasa fin sull’ acqua da grappoli di basse casette strette l’una all’ altra come a difendersi dal vento che trascina cartacce e foglie d’ eucalipto sui nostri piedi mentre ne percorriamo i vicoli angusti.
Oggi Sferracavallo e’ tutt’uno con Palermo, cui e’ saldato senza soluzione di continuita’.Per raggiungerlo percorriamo la via Regione Sicilia che e’ poi una specie di tangenziale cittadina. Una ventina di minuti, in un giorno di festa come oggi, anche un’ ora quando il traffico impazza al ritmo dei clacson. Accanto a noi sfilano antichi palazzi che mostrano le tracce della variegata storia di questa affascinante citta’, chiese di ogni stile e quartieri fatiscenti sui quali il tempo ha lasciato drammatiche ferite. Rigore normanno accanto a leziose bifore dal sapore arabeggiante, opulenti facciate barocche e pinnacoli che ricordano le cattedrali inglesi. E poi ringhiere arrugginite, carogne di auto spolpate fino allo scheletro, mucchi di spazzatura dall’ aspetto antica.
Sfuggiamo alla stretta del traffico e, come spesso accade in questa citta’, ci troviamo d’un tratto soli. Davanti a noi un mare incredibilmente blu, striato di un bianco evanescente che impazza sulle rocce e rompe in mille schizzi, come freddi fuochi d’ artificio di un unico colore.
Anche ieri sera avevamo cenato da queste parti, consigliati dai nostri amici di Catania e devo ammettere che mai consiglio fu piu’ azzeccato e gradito. Spesso qui le trattorie usano servire un unico menu, cosi’ non devi fare null’altro che sederti e mangiare. A portarmi ora all’ altro capo dell’ insenatura e’la curiosita’, il profumo delle griglie e un flusso di persone dall’ aria rilassata e soddisfatta che sembrano essersi appena alzate da tavola, Risaliamo la corrente fino ad alcuni tendoni montati all’ esterno delle vecchie case. In bella mostra cozze e vongole, polipi e fagiolari, ostriche e limoni bitorzoluti. Sulla soglia dei tre improvvisati locali, alcuni ragazzi decantano le lodi delle rispettive cucine. Lo fanno senza insistenza, sorridendo di un sorriso a tutto viso. Lo stesso fa un vecchio tarchiato e dimesso. Il viso forte invaso da un velo di barba grigia, pochi capelli arruffati, ampi pantaloni da pescatore, senza forma ne’colore. Ad attrarmi e’ lo sguardo, un misto di ironia e di calma olimpica. Ha i modi autoritari di chi controlla la situazione senza fatica e con un gesto fluido delle grosse mani ci invita ad entrare. Con la stessa semplice eleganza avrebbe potuto spalancarci le porte di una sala drappeggiata di raso e broccato. A volte basta un gesto, per capire. Lui e’ il padrone, li’, orgoglioso della sua creatura, anche se si tratta di una semplice tenda addossata al muro stinto di una stanzetta attrezzata a cucina. Dalla finestra spalancata il cuoco prende le ordinazioni e passa i piatti appena preparati.

Il sole e’ ancora alto e preferiamo aspettare prima di metterci a tavola, ma intanto abbraccio in un’ unica rapida occhiata i due piccoli locali ricavati sotto al tendone bianco. Una ventina di tavolini da campeggio, tovaglie di carta, bicchieri di plastica, due ragazzine che sgombrano e apparecchiano, il caldo sorriso di giovane tunisino che serve ai tavoli. Anna ed io ci capiamo con lo sguardo e abbiamo gia’ deciso anche se proseguiamo oltre, attratti da una sfilata di piccoli banchi che offrono tutti la stessa paccotiglia: un inutile insieme di collanine in pseudo-ambra e binocoli mimetici di Taiwan, accendini, brucia incenso e cd pirata, magliette psichedeliche e posters in bianco e nero. Un cartone da frigo Rex esibisce dozzine di occhiali dai colori piu’pazzi e un campionario di borse “originali” Vuitton. Centoventimila trattabili, dice il senegalese in un lampo di denti abbacinanti,
Il sole se ne va e per un istante sembra compromessa l’ intesa tra cielo e mare, fino a un momento prima gradazioni del medesimo azzurro. In alto, poche nuvole in rapido passaggio tingono di rosa poi rosso e infine bordeaux, mentre l’acqua vira al grigio. Poi, quasi a ratificare la pace tra gli elementi, un unico colore via via piu’ cupo li accomuna mentre cade il vento e noi tre ci accorgiamo di avere una fame a lupi.

Ordiniamo da un menu che pare la paginetta di un quaderno delle elementari, ma e’ una formalita’, perche’ la nostra cena l’ abbiamo gia’vista nei piatti esposti all’ ingresso.
Insalata di mare, sute’ di vongole e cozze (scritto proprio cosi’) e per Lorenzo anche spaghetti con le vongole, che sono la sua passione. Per noi due scegliamo anche un polipo grande come un piattino da frutta. Ce lo fanno scegliere, da una serie di dieci ancora crudi, allineati nella fiamminga come statuine da presepe color del mogano. A stuzzicarci un appetito che non ne ha bisogno, arrivano le bruschette con pomodoro, aglio e olio.
Ogni cosa funziona alla perfezione, i tempi sono quelli giusti, senza inutili attese ma anche senza correre e comunque e’ sufficiente un cenno per fare accorrere subito qualcuno. Le porzioni sono gigantesche e una sarebbe stata sufficiente per due: ad averlo saputo….
Il vecchio boss non fa apparentemente nulla ma in realta’ lui e’ il direttore di un’orchestra silenziosa e a lui ogni orchestrale volge lo sguardo e ne riceve brevi sommessi suggerimenti. “Una forchetta laggiu’… a quelli manca il pane…porta un piattino alla signora…”
E’ Semi’ il Tunisino a offrirci un bicchierino di harissa, concentrato di peperoncino, che finisce anche sugli spaghetti di Lorenzo che non ama l’ aspetto “inquietante” di tentacoli, chele e zampette e rende perfetta la mia zuppa di cozze e vongole. Servendoci, parla un ottimo italiano ma io gli rispondo in francese e lui mostra di gradire ma stranamente non cambia lingua.
Siamo sazi come maialini e arriva molto gradita l’offerta dei liquori: limoncino e mandarinetto fatti da loro. E’ il vecchio boss a offrirceli, con una parola di apprezzamento per come abbiamo vuotato i piatti.
Non c’e’ illuminazione stradale e non vediamo neanche i nostri piedi, in un buio rotto solo dallo scintillio delle stelle in un mare color petrolio. Dietro di noi e di fianco, un cielo privo di luci disegna l’ alto profilo di roccia nuda.

Da Marianna e Andrea, Piazza Beccadelli 6, Sferracavallo, Palermo. Niente CAP e neppure giorni di chiusura. Qui si lavora e pure sodo.
Non posso nemmeno parlarvi, come mio solito, delle toilettes perche’ non ci sono, ma nel nostro caso il buio tra le barche tirate in secco sulla riva ha dato una mano. Anche ad Anna.
Nel caso voleste chiamarli, c’e’ un cellulare: 0339-7913327.
Andateci se apprezzate le cose semplici e vere, il pesce freschissimo, l’ aria di mare nel naso, un panorama unico negli occhi.
Statene lontani se cercate comodita’, quadri alle pareti, menu spessi un dito e la posateria in tinta con il tovagliame.
Grazie a tutti.

MENAGE A TROIS
Di Alberto Angelici

Centro storico di Ferrara, nove del mattino. Traffico intenso. Nei bar c'e' ressa e si lotta per venti centimetri di banco. Solita danza di varianti: caffè corretto, alto o ristretto, con schiumetta, nel bicchiere o in tazza fredda, caffè d’orzo (in tazza grande o in tazzina), macchiato freddo o caldo ma senza schiuma, caffè decaffeinato, caffè doppio. E chissà quanti ancora ne mancano! Noi Italiani vogliamo sempre distinguerci, mettere un tocco d’originalità in tutto ciò che facciamo, quindi anche nel sacro rito del caffè. In USA, invece, e' sempre e in ogni caso "a cup of coffee": un tazzone di caffè lunghissimo, bollente e ricco di caffeina, versato da una cameriera distratta. Niente fantasie, nessuna variante, tutt'al più l'aiuto di piccoli coni di cream per renderlo meno insapore.

Nei pressi dei rari parcheggi le auto si aggirano caute e a lenti cerchi, gli sguardi saettano attenti: basta la distrazione di un attimo per farsi fregare il posto. Atmosfera da duello sulla Main Street di una polverosa cittadina del West: manca soltanto la musica d’Ennio Morricone, sostituita dal gibboso rotolare dei pneumatici sull’acciottolato.
Palazzina primi ottocento, occupata fino ai solai da uffici d'ogni genere. Una targa scintilla accanto al portone di vetro:
"STUDIO GERMI - DOTTORE COMMERCIALISTA - 2° piano, scala B"
Interno vecchiotto, scrivanie assortite, sia nell'ampia sala d'ingresso sia nei due uffici più piccoli. Faldoni gonfi su ogni superficie utile, carte dappertutto, un calendario Pirelli mostra una fanciullina magra con una tunica imitazione battistrada che lascia scoperte le piccole natiche.
Sotto a un termosifone un tegamino raccoglie rare gocce il cui cic-ciac cerca invano un accordo con la musica frusciante di una radiolina.
"Buongiorno, che posso fare per lei?"
Sobbalzo, perché non l'avevo sentita arrivare. Giovane e carina, circa della mia età, occhi vispi e ridenti, lucidi anche e di un bel marrone. Scuri i capelli, fermati con un ciappo che sembra una dentiera stilizzata.
"Avrei una busta per il Dottor Germi, da parte dell’Avvocato…”
"Mi dispiace, il Dottore e'in ritardo, trattenuto da un cliente all'altro capo della città e anche dal traffico: mi ha appena chiamata da un bar. Vuol lasciar a me o preferisce attendere?"
Sorride con garbo e non mi pare solo un atteggiamento professionale, perché c'e' calore in quel sorriso. Bei denti, grandi e solidi e bianchi.
" Beh, se non le dispiace aspetterei: so che con l'avvocato il dottore si e' già sentito e dovrei riportare indietro delle carte"
"Ma certo, allora si accomodi pure: li' ci sono anche delle riviste...oddio, e' roba dell'Ordine Commercialisti o del Rotary...cose cosi'...magari qualche giornale lasciato da me o dalla mia collega. Mica lo so quanto potranno interessarle - sorride ironica - certi argomenti femminili".
Squilla il telefono, lei fa un gesto come dire mi scusi e si china sul piano color pistacchio della scrivania. Guardo l'ora e guardo lei: anche da dietro e' proprio un bello spettacolo.
Cincischio sul tavolino ingombro di pubblicazioni e scelgo la meno peggio. Sbircio l'orologio ma soprattutto sbircio Rita.
Il tempo passa e il dottore non arriva. La ragazza, visibilmente imbarazzata per il protrarsi dell'attesa, e' sempre li'e cerca di intrattenermi. Mi parla del lavoro, di lei e della sua collega che a quell'ora e' in giro per commissioni dello studio. Che poi e' anche un'amica. Vengono ambedue dallo stesso paese, a 15 chilometri da Ferrara.
"Una cara amica, con la quale mi trovo benissimo, sia nel lavoro sia fuori. Andiamo anche in vacanza insieme, sai? Insomma, nei limiti della liberta' che le nostre famiglie ci concedono, pero' non rompono mica troppo. Due settimane fa, per esempio, siamo andate a Venezia. Ah, sapessi che bello! - batte le mani come una bimba e gli occhi le luccicano al ricordo e noto con quanta eleganza le belle labbra ne modellano il sorriso - c'era tanta gente, Dio quanti turisti! Di ogni razza, sai? E le guide con le bandierine per farsi riconoscere dal gruppo e... io e Bea, la mia amica si chiama cosi', Beatrice, non siamo state ferme un momento, c'era tanto da vedere e tutte quelle vetrine...tutte quelle cose..." Mi guarda con espressione intensa e non so perché.
"Si', con Bea, condivido tutto: rogne di lavoro, divertimenti...tutto!"
E scoppia a ridere, gettando indietro la testa. La punta della lingua fa capolino tra i denti e a me viene un capogiro.
Poi, d'un tratto, cambia argomento, come fa ogni pochi secondi.
" Sai, lei ha il motorino e con quello va dappertutto in un attimo, perciò non dovrebbe tardare, cosi' magari la conosci. Senti, io mi faccio portare su dal bar un cappuccino: vuoi qualcosa anche tu?"
Senza accorgercene siamo passati al tu e facciamo colazione tra i faldoni della sua scrivania e ho modo di osservarla meglio, di studiarne la mimica del viso, che ad ogni istante ne muta l'espressione. I grandi occhi non stanno mai fermi e m'accorgo che anche lei mi guarda spesso.

Arriva Germi, trafelato e con la pipa in bocca. In pochi minuti mi da' le carte per l'avvocato e posso filarmela.
" Ehm...senti, non e' che avresti voglia, non so, di mangiare una pizza con me, una di queste sere?" Intanto che glielo chiedo, la guardo negli occhi, per vedere la sua reazione, per capire se la cosa le va.
"Ma certo, che bell’idea, certo!" Sorride e penso che e' davvero un amore!
"Magari...stasera?" Battere il ferro, mi dico, e vediamo che succede.
"Mm...stasera non posso proprio ma...domani? Domani potrei..." Sguardo speranzoso, diretto e fermo. Limpido, anche.
Andata!

Chi l'ha detto che il tempo passa sempre uguale? Non e' mica vero e, infatti, oggi le ore, all'università sembrano non passare mai. Finalmente il trillo segna la fine delle lezioni del pomeriggio e me la batto. Corro, corro nei corridoi della Facoltà, corro sotto le volte rossicce dei portici e Via Zamboni non mi e' parsa mai cosi'lunga.
Doccia ultra veloce, barba, poi i vestiti. Cosa mi metto? Sportivo, si', una cosa normale, tanto che differenza fa?
Interminabile anche l'autostrada e la mia povera Diane sbuffa e freme, martirizzata da un piede nervoso che non le da tregua.

La vedo subito, nel cerchio giallo del lampione stradale e sorrido. Mi vede e sorride ma non e' sola: accanto a lei un ragazzone alto e magrissimo e una ragazza. Amici, penso, augurandomi che se ne vadano alla svelta. Forse - mi dico - si sono incontrati per strada.
"Ciao...lui é mio cugino. Lavora laggiù - fa un segno vago con il braccio - e ogni tanto c'incontriamo."
Il tempo di un breve scambio di battute, poi lui, il cugino, se ne va. Che sollievo. Io guardo l'altra e guardo Rita. Sono sulle spine, non resterà mica con noi, quella?
"Hai capito chi e' lei, vero? No? Ma e' Bea, la mia collega! Anzi la mia migliore amica. Te lo avevo pur detto che con lei divido tutto! Viene con noi a mangiare la pizza: non ti dispiace, vero?"
Accidenti, accidentaccio! E adesso? Che fregatura, porca vacca! Ma come, sorrisi e sorrisi e che bello uscire insieme, e quanto sono contenta e poi si presenta con l'amica?
Cerco di far finta di nulla e anzi riesco a produrre un sorriso tirato, pensando che magari non era riuscita a sganciarsi o roba del genere. Ma dentro sono imbufalito.

La pizzeria e' piccola e affollata. L'assordante brusio non incoraggia la conversazione né, del resto sono dell'umore adatto, nonostante gli sforzi per apparire brillante e salottiero. Certo, devo ammettere che anche Beatrice e' molto carina. Più formosa di Rita ma anche più alta, mora e con gli occhi chiari. Forse e' un po' timida, perché non sorride facilmente come la sua amica e parla meno. Pero' vedo che mi scruta e con Rita scambia frequenti sguardi d'intesa.

Intanto che sono sparite in bagno, ho modo di riflettere sulla serata; cerco di non deprimermi e mi dico che ci sarà un'altra occasione.
Mi continuo a ripetere che se non le piacessi non avrebbe accettato cosi' prontamente il mio invito. L'altra e' la sua migliore amica, quindi e' normale che abbia voluto farci conoscere. Di sicuro alla toilette Rita le sta chiedendo che pensa di me. Sono nervoso e non riesco a stare fermo sulla sedia.
"Eccoci, e sai cos'abbiamo pensato?" Arrivano tutte e due sorridendo. Mi sembrano soddisfatte e si guardano ancora più di frequente.
"Abbiamo pensato di portarti a vedere una cosa, un posticino non lontano di qua. Ti andrebbe?"

Stradine tutte uguali, case basse, vecchiotte ma restaurate di recente. A terra ciottoli di fiume alternati a dadi in porfido.
Il marciapiedi e' stretto; ad ogni passo sento le loro braccia sfiorarmi e il fuggevole contatto provoca in me intense sensazioni. Intuisco complicità che mi sfuggono e mi sento co-protagonista di un gioco le cui regole ancora ignoro. La mente e’ un turbinìo d’ipotesi, domande, elucubrazioni. Mi impongo un maggior raziocinio, mi dico che e' uno scherzo bonario, il loro, e che devo mostrare di saper stare al gioco. Magari stiamo andando a prendere un gelato e la serata si concluderà tra poco, magari mi vogliono presentare ai loro amici. In ogni caso, appena possibile faro' un nuovo invito a Rita senza che senta la sua amica. Ma questa volta metterò ben in chiaro che ci saremo soltanto noi due.

Siamo arrivati, ma niente gelateria: soltanto palazzine d'uffici e abitazioni. Beatrice fruga nella borsetta e apre un portoncino. Numero 16. Androne silenzioso, lungo la parete una lunga fila di gerani che sembrano morti. Ticchetta il dispositivo a tempo della luce che suscita barbagli dorati dalle targhe degli studi che la casa ospita: un notaio, uno studio tecnico, consulenti finanziari, ecc, ecc. Sembra che qui non ci abiti nessuno, ma allora noi che ci siamo venuti a fare?
Rita vede la mia espressione.
“Non ti preoccupare, adesso capirai!"
Ringhiere in ghisa e lucido noce. Secondo piano. Altra porta, di legno chiaro. Odore di pulito ma anche un vago sentore di profumo. Incenso?
"Questa e' l'unica abitazione di tutta la casa, per il resto, solo uffici - borbotta Beatrice - cosi'alle 18 in punto si tolgono tutti dalle palle: comodo, eh?". Comodo? Ma comodo per cosa?

Tre diverse lampade si accendono agl'angoli dell'ambiente. Una grande sfera beige di gusto orientaleggiante spande luce calda nella stanza che e’ soggiorno e camera da pranzo insieme. Stuoie messicane a terra e anche alle pareti, per dare calore e colore. Un insieme piacevole e comodo, come le vecchie poltrone dall'aria vissuta che stanno accanto al divano a fiori. Di fronte a noi due porte, a destra un passaggio aperto da su di una piccola cucina.
“TA-TAAAA! Ecco, questa e' casa nostra, mia e di Bea: sorpreso?"
Alza un poco le braccia, la testa appena inclinata da un lato. Il sorriso e' divertito, ironico. Mi ricorda quello di una bimba che ha fatto una marachella e cerca comprensione.
"Beh, in effetti. Mi avevate detto che abitate ancora in famiglia, perciò non capisco: cosa vuol dire che questa e’ casa vostra?"
Sulla parete di fronte una fila di foto incorniciate in colori allegri. In tutte ci sono loro due, sorridenti e amiche: in costume da bagno, sullo sfondo di una città oppure davanti a un pendìo erboso.
"Si’, casa nostra. L'appartamento e' di conoscenti e ce l’hanno offerto a un prezzo che i nostri stipendi possono sopportare. Oddio, e' un piccolo lusso, per noi, ma l'occasione era troppo bella, l'idea di avere un posto tutto nostro ci faceva impazzire - Beatrice s’infervora, mentre spiega, e Rita annuisce compiaciuta - e poi, vuoi mettere la comodità di venire qui anche nell'intervallo del pranzo, mettersi sul letto, magari fare una doccia, mangiare qualcosa? Vieni, vieni a vedere, non e' mica finito".
Rita mi prende per mano. E' la prima volta e le dita bruciano, la vampa sale per il braccio. Sbircio le nostre mani unite insieme. E’ un attimo, poi lei mi lascia per aprire una porta ma la naturalezza di quel gesto mi colpisce. Meditabondo e con il cuore in gola mi sforzo di seguire quello che stanno dicendo.
"...e' tutta roba comperata di nascosto nei mercatini dell'usato. Vedi? Questa invece l'abbiamo fatta noi – indica la grande testata del letto matrimoniale - e anche il copriletto. Molte cose ce l’hanno vendute due studenti che chiudevano casa dopo la laurea".
Ascolto, ma intanto lo sguardo vaga qua e la'. Da un attaccapanni pendono una camicia da notte e un accappatoio di spugna. Li guardo e le guardo: capiscono al volo.
" Si', a volte passiamo la notte qui e a casa diciamo che in ufficio c'era molto lavoro e abbiamo dormito da una collega. I nostri genitori lavorano la terra, corrono dalla mattina alla sera e non ci pensano o non si danno pensiero: sanno che siamo due brave ragazze che lavorano ma non sanno nulla di questo nostro rifugio!"
Altro sguardo d'intesa, altra risata.
"Hai visto, c’e’ anche la cucina, tegami, piatti, posate, tutto, insomma. Non manca nulla e magari una volta potresti farci un piatto di pasta: non ci hai detto che sai cucinare? Perché noi, a parte poche cose, mica siamo tanto brave a far da mangiare!"

Quella sera inizio' qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita per i successivi diciotto mesi. Qualcosa di stupefacente che di solito si vede nei film ma che ben difficilmente la realtà ci offre. Era proprio vero che quelle due ragazze condividevano tutto, infatti condivisero anche me.
Diciotto per quattro fa settantadue. Settantadue fine settimana, pochi dei quali passati lontano da loro. In breve nacque tra noi tre un'intesa magica, un intenso piacere di stare insieme che ci rendeva dimentichi di ogni altra cosa, in un'armonia totale che ci coinvolgeva al punto tale da subordinare tutto alla gioia di un mondo segreto soltanto nostro.

Ogni venerdì pomeriggio, finite le lezioni, scappavo dalla mia città, spesso arrivando all'appartamento prima di loro, e mi mettevo all'opera per accoglierle con il profumo di un bel piatto fumante. Il tempo di una doccia, magari cercando di starci tutti insieme (allora che lotte ne venivano fuori!), poi a tavola, oppure con la tovaglia e ogni altra cosa ci si trasferiva in camera, improvvisando un letto-party, un pic-nic che spesso diveniva un long happening a tutto tondo.

Avevo portato da loro il mio stereo sgangherato e un mucchio di 33 giri in vinile. Aretha Franklin, Quincy Jones, Sinatra e i Beatles, Jaques Brel e Amalia Rodriguez, i Nomadi e Mina suonavano e cantavano per noi e sulle loro note noi facevamo l'amore. Splendidamente, senza un pensiero al mondo, semplicemente, furiosamente, dolcemente ci amavamo. Ci cercavamo, ci esploravamo e, ridendo, ci amavamo. Distillando ogni istante di quei momenti meravigliosi, ci amavamo, senza più stupirci, accettando come fosse normale la totale assenza di gelosie e di attriti. Ci amavamo. Tutto avveniva con naturalezza e Rita e Bea facevano l'amore con me ed io con loro e loro tra loro due e li’' in quell’isola di felicita' anomala allo stato puro, c'era solo amore, perché noi non lasciavamo spazio che all’amore.

Dopo, a volte scendevamo in strada, andavamo in centro, tenendoci tutti e tre per mano, consapevoli che la gente ci osservava. Percepivamo sguardi perplessi, a volte scandalizzati, ma non c'importava.
Altre volte, se il maltempo infuriava, restavamo chiusi in casa fino di lunedì mattina, giocando, scherzando, provando ricette strampalate sui piccoli fuochi della cucina, raccontandoci ogni genere di sciocchezza o discutendo delle cose più serie.
E facendo l'amore.

Ripensandoci ora, riguardando quei tre ragazzi con gli occhi dell'adulto, per le strade affollate di Ferrara o a Mantova o a Venezia, nei negozi o a sperimentare una nuova trattoria, se le finanze lo consentivano, mi stupisco che mai un imprevisto sia capitato a incrinare o a mettere alla prova il nostro strano ménage. Mai incontrammo qualcuno che ci conoscesse, mai nessuno ci chiese spiegazioni. Per i miei io avevo la ragazza a Ferrara e alle famiglie delle ragazze bastava sapere che erano insieme e che restavano ospiti di amiche: chiedevano soltanto di essere avvisate. Considerando l'epoca, era il 1970, oggi mi stupisco della liberta' di cui godevano ma allora mi limitavo a prenderne atto, ad approfittarne.

Il nostro rapporto inizio' per attrazione fisica ma continuo’ perché, giorno dopo giorno, esso si approfondiva, acquistava spessore. Con la frequentazione, le emozioni mutavano, si facevano più complesse, scoprivamo di apprezzare sempre cose nuove in noi, cose mai viste prima. Cose che forse ancora non esistevano, che avevamo creato noi.
Trovavo stupefacente il mélange di maturità e d’infantile spensieratezza che era in loro. Cosi' professionali in ufficio, cosi' assennate nelle decisioni ma anche cosi’ pazze e scatenate, calde e disinibite in altri momenti, bimbe romantiche, invece e con gli occhi lucidi se portavo dei fiori o due cuoricini di cioccolata. Qualità all'apparenza antiteche convivevano in loro con sconcertante armonia.

Un venerdì sera di un fine aprile splendido, appena ritrovati all'appartamento decidemmo di fare una corsa ai lidi ferraresi. Nessuno di noi aveva un costume ma non ce ne curammo. Trovare una spiaggia deserta, data l'ora e la stagione, non sarebbe stato difficile. Ci spogliammo e, nudi, ci gettammo in acqua. Era freddissima e fu uno shock, poi nuotando il calore torno' a fluire e giocammo, chiamandoci l'un 'altra e fu bellissimo. Quando uscimmo, sulla nostra pelle d’oca ci si sarebbe potuto grattugiare il parmigiano. Ci asciugammo a vicenda strofinando forte e sui corpi ancora umidi infilammo a fatica i vestiti stropicciati e intrisi di sabbia. Scappammo come fulmini, appena in tempo per evitare due anziane coppie che qualcosa avevano capito, perché ci guardarono con espressione strana parlottando tra loro a bassa voce.

Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, fini’ tutto.
Beatrice si era innamorata di un ragazzo e ce lo disse in cucina davanti a un sugo di pomodoro e basilico. Nacque un'accesa discussione che dilato’ in litigio.
Volarono parole pesanti ed io non riconoscevo più nessuno di noi. Rita accuso’ Beatrice di voler distruggere la nostra storia, poi, visto che non riusciva a farla tornare sulle sue decisioni, dopo tre ore di strilli, indispettita e stravolta, prese la porta e spari’. Restammo in due, Bea ed io, a guardarci negli occhi ed io sentivo l’adrenalina bruciare nelle vene e scuotermi la pelle. Ci guardammo non sapendo cosa dire, ma oggi credo che ambedue sentissimo che qualcosa si era irrimediabilmente guastato e che nulla sarebbe più stato come prima. Mi abbraccio’ chiedendomi scusa e fu l’ultima volta che la vidi.

Nessun ceno’, quella sera. Il sugo di pomodoro e basilico rimase sul tavolo, dimenticato, e cosi’ gli spaghetti che lentamente intiepidirono nell'acqua salata.

Con Rita no, con lei ancora m'incontrai. Facemmo l’amore ancora un paio di volte, ma tra noi c’era disagio. Entrambi ci sentivamo menomati, privati di una parte essenziale della creatura che per oltre un anno e mezzo eravamo stati, una creatura con sei braccia e sei gambe che ora non sapeva più vivere.


21 gennaio 2004