Thursday, November 02, 2006

JAZZ IN ME
(un piccolo, incredibile ricordo)

E’ il titolo di un celebre CD di Rossana Casale che, se non conoscete, vi consiglio di comperare: contiene una serie di notevoli brani jazz. La voce sensuale e strascicata della Casale ricorda languori notturni e dense brume nebbiose e irretisce all’ascolto come il canto delle sirene fu per Ulisse e compagni. Un’impalpabile tenda serica t’avvolge fin dalle prime note e senza che te n’accorga ondeggi lento, t’abbandoni e in quella musica scivoli totalmente.

Il jazz e’ sempre stato in me. Da qui l’idea di “rubare” alla Casale il titolo del suo disco, fin da quando, bambinetto, ascoltavo gli ellepi che i miei cugini suonavano mentre preparavano gli esami universitari. Nomi allora astrusi come quelli di Dave Brubek o di Bessie Smith, di Fats Waller, Artie Show, Gene Krupa, Cab Calloway, Thelonius Monk e di tanti, tanti altri divennero, giorno dopo giorno famigliari e amichevoli. I loro volti sorridenti o concentrati uscivano dalle grandi copertine degli LP e su quelle foto lucide la mia fantasia creava immagini di concerti mai visti, vagheggiava il vibrare degli strumenti che sotto le loro sapienti dita prendevano vita. Lo scintillìo degli ottoni (ma io credevo che trombe, tromboni e sax fossero d’oro!), le calde tinte del contrabbasso, la nera compostezza del piano si davano equilibrio l’un l’altro. Accoccolato a terra vicino al grande giradischi di mogano, socchiudevo gli occhi, passavo la lingua su note all’apparenza discordanti ed estranee. Assistevo trepido alla magia. Cio’ che fino a poco prima era un’accozzaglia di suoni diveniva fluido armonico, gli spigoli smussavano, il ritmo prendeva forma e consistenza. Da rumori metallici, acuti e stridenti o gravi e profondi, nasceva una struttura complessa e ogni nota, ogni passaggio avevano una precisa ragion d’essere.
Allora il jazz e la musica, la bella musica, entrarono in me, per non andarsene mai piu’.

Bologna visse negli anni settanta lo splendore di un Festival del Jazz che vide passare sotto le volte cementizie del palazzo dello sport (non ancora palasport: ancora non si faceva economia di parole!) i piu’ bei nomi mondiali oltre a ottime formazioni nazionali. Fu allora che ebbi la possibilita’ di conoscere Dave Brubek, Paul Desmond e Gerry Mulligan. Una serata indimenticabile, vissuta grazie a un tecnico del suono, amico mio e loro, che a fine concerto mi trascino’ ai tavoli di un ristorante e li’ restammo fino a che, loro malgrado, non ci sbatterono fuori, era quasi mattina, due camerieri stremati dal sonno. Incredibili ore di ascolto, io soprattutto ascoltavo, seduto proprio accanto a Mulligan che accompagnava i tortellini con bicchieri di bourbon. Seguivo racconti a volte sconclusionati e mutili, chiacchiere di concerti in giro per il mondo, assaporavo i grandi nomi che scivolavano sul tavolo come piattini da frutta.
“Ti ricordi quella notte in sala di registrazione con Miles (Davis) quando tutto andava male e dovevamo finire entro mattina? ….accidenti, se penso che Louis (Armstrong) quella volta a Seattle suono’ con la febbre alta. Brontolavamo tutti, ma nessuno riusciva a spingerlo nel letto …e Aretha (Franklin) ? Oh boy…che caratterino, che ha quella….”

Potevano essere le 2 del mattino e quando sembro’ che il tempo si fosse fermato su quel mare di tavoli vuoti, assorbito dal fumo di mille sigarette, o relegato in un inconsapevole limbo evocato da me che avrei voluto bloccare gli orologi, Gerry Mulligan spari’ nel mucchio dei bagagli e ricomparve con il sassofono.
Borbotto’ qualcosa, si umetto’ la lingua, scolo’ l’ennesimo bicchiere, inseri’ il …non ricordo come si chiama la parte che appoggia alle lebbra, e comincio’. Un suono sincopato, rauco e a un tempo morbido sali’ in alto, spandendosi come un fungo a colmare la sala. Un cameriere si blocco’ con la scopa in mano, il ragazzino che dietro al lungo banco asciugava boccali da birra resto’ immobile e le due cuoche uscirono dalla cucina ad occhi spalancati.
Attorno a Mulligan ogni mano accompagnava il ritmo sensuale sul legno del tavolo o con le forchette sui bicchieri; un musicista soffiava dentro a grandi mani nere come il mogano traendone suoni bassi e modulati; altre simulavano il bongo sulle guance tese a palloncino, altre ancora battevano sulle cosce ed era musica, musica vera e bella.

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