Thursday, November 02, 2006

LA BALOSA

Il piccolissimo borgo formato da tre soli edifici si trova sull’ Appennino a poca distanza dalla mia citta’, ma potrebbe appartenere a un’altra galassia, tanto differente e’ l’atmosfera, tanta la pace, cosi’ pieno il silenzio.

L’occhio spazia libero su di un vasto susseguirsi di morbidi declivi che le coltivazioni dividono in allegre geometrie e cromatismi, poi si lascia la provinciale per uno strabello che, dopo svolte e discese perde l’asfalto e decresce ripido in una valletta, abbandona scampoli di culture e penetra il bosco. Sono faggi, noccioli, castagni, pioppi, e nere striature di ginepri, sempre piu’ in spicco al sopravvenire dell’inverno a mano a mano che il freddo denuda le essenze caduche. E’ l’habitat naturale per un gran numero di creature come volpi,tassi, cinghiali e daini, favoriti anche da una scarsa antropizzazione e infatti non e' difficile trovarne traccia sul terreno.
Ancora una curva, quindi il cancello. Un maremmano, sempre quello, e’ di sentinella; corre avanti e indietro e con furioso abbaiare avverte l’ intero branco: quattro della sua razza e due cani corso.

Il breve viale d’accesso taglia in discesa il folto; dopo una curva compaiono le case, fra prati e alberi da frutta. Adagiate sul dolce pendìo della collina, ne assecondano ogni gobba e ogni avvallamento al punto da sembrarne parte integrante. L’edificio principale e’ in tre corpi ben armonizzati e mossi, forse nati in epoche diverse. La pietra macchiata dal tempo, i legni anneriti e scarnificati da chissa’ quanti inverni conferiscono alla costruzione la solenne dignita’ di un’ottuagenaria che porta con disinvoltura il peso degli anni.
Quasi di fronte, la grande cubatura del fienile-stalla-rimessa. Qui la pietra s’alterna ai mattoni, lunghi travi contorti sostengono il tetto di coppi rossi e le grandi aperture, che un tempo consentivano al fieno di essiccarsi, mostrano vasti volumi adibiti ora a salotto estivo. Di fronte, a chiudere verso valle la corte, una casetta, quasi un’ edicola, con porcilaia, pollaio e forno a legna.

Ovunque cada l’occhio, sono le tracce, vigorose ma sapienti, di un lungo, amoroso restauro conservativo, volto a ripristinare le antiche strutture della meta’ del settecento. Con garbo e passione i proprietari in poco piu’ di 18 mesi hanno saputo ridar vita a un'abitazione dell'Appennino che l'ìncuria avrebbe portato a sicuro disfacimento, trasformandola in una calda e confortevole residenza pur senza stravolgerne la tipicita’.
Per quanto possibile e senza l’aiuto di consulenze esterne, sono stati recuperati i materiali originali, restaurando porte e scuri che fortunatamente i precedenti inquilini avevano stivato nella rimessa sostituendole con chiusure e serramenti d’alluminio. Sparite soglie e architravi di cemento, al loro posto sono tornate pietra e quercia antica. Tutto il piano terra e’ ora lastricato di vecchi mattoni dal caldo color crosta di pane e nella grande sala-soggiorno l’ illuminazione e’ realizzata con trecciole e interruttori di porcellana bianca su basi di legno naturale, esatta riproduzione di quelli in uso 50 anni fa in ogni abitazione.
Le massicce pareti, un tempo ricovero per i carri agricoli, ora splendono di calce o lasciano scoperta la pietra grezza sabbiata e ripulita. Al centro di una di esse, fa bella mostra una stretta bocca di lupo, poco piu’ di una fessura, giocata sull’ abile incastro di lastre di pietra e legno e a suo tempo realizzata per tenere d'occhio una delle vie d'accesso alla proprieta'.
Pavimento in rustici tabelloni d’abete per il piano superiore, dove e’ stata ricavata la zona notte e uno studio-laboratorio.
L’arredamento e’ ovunque semplice e garbato, giocato sui toni del blu e del crema, del celeste e del rosso mattone. Ovunque, al soffitto come sui mobili o alle pareti, grandi e piccole composizioni di fiori ed erbe essiccate, grande passione della padrona di casa, conferiscono continuita’ con la materia e con i colori circostanti.

Ogni particolare esprime buon gusto, amore e rispetto. Amore e rispetto per le cose inanimate, cosi’ come i sei animali, per i proprietari figli alla stessa stregua di quelli, gia’ adulti, che hanno la loro vita altrove, testimoniano eguali sentimenti per cio’ che e’ vivo e vitale. Ogni dettaglio, come la conservazione di larghe chiazze lasciate dal tempo sul muro della facciata o gli aloni fumosi che identificano il locale dove un tempo si essiccavano le castagne, massima risorsa alimentare di queste momtagne, parla da solo e racconta di scelte misurate e pensate per contemperare esigenze abitative e volonta’ conservative.
In ogni ambiente, mobili decappati e odorosi di cera o solide credenze Ottocento, in piacevole alternanza ad arredi moderni ma semplici, svelano l’hobby del proprietario per il bricolage e il restauro; a lui si deve il recupero di tavoli, porte e infissi e particolari minimi ma emblematici come i vetusti cardini ritrovati ai mercatini dell’antiquariato, in sostituzione di moderne ma antiestetiche cerniere.
Due i camini, uno nella cucina-camera da pranzo, l’altro piu’ grande e bellissimo, ricavato nell’angolo del soggiorno.
In ognuno dei numerosi ambienti della casa, occhieggiano le creature in cuoio e legno che il papa’ della padrona di casa realizzo’ negli anni della pensione. Vere opere d’arte di certosina fattura, splendide e singolari, raffigurano soprattutto uccelli e il realismo e’ tale che a volte ci si aspetta di vederli spiccare il volo.

L’antico, qui alla Balòsa, va piacevolmente a braccetto con le piu’ recenti tecnologie, abilmente dissimulate per non compromettere il senso d’equilibrio che ogni angolo di questa bella residenza collinare ora trasmette. Le tinte pastello, l’intesa di volumi complessi ma ben affiatati, un arredo semplice ma sofisticato, suppellettili che sono a un tempo oggetti decorativi e strumenti d’uso pratico, ogni dettaglio sposa praticita’ ed estetica, comodita’ e gioia per lo sguardo. Il risultato ultimo, per l’ospite, e’ quello di sentirsi subito a proprio agio, una sensazione che predispone al relax, alla conversazione e rende sgradevole e molesto l’inevitabile momento del commiato.

Alberto Angelici

28 aprile 2004

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