Thursday, November 02, 2006

LA FORZA DI PAOLA

Quattro anni fa incontrai per il Pavaglione una vecchia compagna di facoltà; fu lei ad informarmi che la mia ex-, persa di vista da almeno dieci anni, era ricoverata e stava molto male. Non le restava tanto, forse appena qualche mese, forse meno.

C’eravamo lasciati soprattutto perché i suoi genitori avevano fatto l’inferno per spingerci all’altare. Io non avevo reagito come avrebbero sperato. Pur volendole bene, evidentemente, non ero ancora pronto.
In seguito lei aveva avuto una storia con un uomo sposato...insomma le solite cose.
Pensai per tutto il pomeriggio e la notte. La mattina dopo telefonai alla clinica. Ci lavorava un amico ortopedico. Dovetti insistere ma infine parlo' di sarcoma osteogenico, una delle più insidiose forme neoplastiche del grande universo dei tumori. Percentuale altissima d’osteoblasti, le cellule tumorali, e via cosi'; era iniziato con un gonfiore al ginocchio e ora, dopo un inutile tentativo d’amputazione, le metastasi erano ovunque, anche nella cavità toracica. Un macello, aveva commentato. Neppure la chemio era servita un granché e il cobalto aveva solo rallentato un processo che poi era ripreso con maggior vigore.
Alle 14 ero fuori della camera, con il cuore che galoppava, le vertigini in testa e la paura di ciò che avrei trovato oltre quella porta di laminato grigio.
Sua madre era accanto al letto. Riconoscendomi s’irrigidì. Vidi le labbra stringersi fin quasi a scomparire. Mosse la testa in un muto saluto. Riuscì perfino a sorridermi. Paola era pallidissima e cosi' smagrita, come prosciugata dall’interno, che quasi non la riconobbi. Le ossa tiravano la pelle e i lineamenti delicati che conoscevo tanto bene erano induriti ed esageratamente marcati.
Dimostrava venti anni di più.
Stava rivolta verso la finestra, aperta sui platani del parco.
Quando si giro', lo sguardo fu come una martellata in fronte. Era il solito dolce sguardo, intelligentissimo e vivo. Quello sguardo che era stato mio, solo mio, ora lo era di nuovo. Intatto e vivo. Incredibilmente, nulla era cambiato in quegli occhi...oppure sapevano mentire quanto non e' umanamente possibile mentire?
Strinse un po' la mano della madre, le fece un impercettibile segno e fummo soli. Non sapevo che dire e avevo un tappo in gola.
Cosi' parlo' lei, prendendo fiato ad ogni parola. Fu lei a sostenermi... lei a rincuorarmi...

Rimasi li’ore, non so quante. Le diedi da mangiare, dopo che la madre aveva fatto capolino alla porta per dire che allora lei andava.
La imboccai, attraverso labbra un tempo morbide e carnose, ora sottili e secche come cartone. Parlo' soprattutto lei, con una serenità e una forza che mi sconvolsero. Ma dove la prende quella forza, DOVE?! Mi chiedevo.
Nei giorni successivi tornai ogni giorno, facendo finta di ignorare, lei cosi' voleva, i tubetti che sempre di più la collegavano ad apparecchi e sacchettini trasparenti.
Sapeva scherzare anche su quello, anche su quello. Li chiamava i suoi compagni di viaggio, i suoi amici. Amici, si'...perché erano sempre con lei (!), giorno e notte e le impedivano di soffrire. Dunque, amici.
Parlammo per un tempo infinito e tanto fece che mi trasmise la sua serenità, la sua indicibile forza.
Il tempo si dilato' per noi, aprendoci le porte di una dimensione ignota ai più. Un mondo solo nostro nel quale potevamo dettare le condizioni. Un mondo dal quale dolore e sofferenza erano banditi, come pure lamentele e autocompatimento. Regole ferree che c’eravamo imposti, che MI aveva imposto. Le sole regole che potevano rendere bellissime quelle ore, non sapendo neppure quante sarebbero state.
Non eravamo mai stati tanti vicini, mai. Secoli d’emozioni potevano passare da lei a me o viceversa, con lo scoccare di uno sguardo.
Ad ore fisse eravamo interrotti dalle infermiere per le operazioni di controllo. Cambio delle flebo, dei cateteri, ecc, ecc.
Lei accettava tutto con calma olimpica, non mostrando, a me che la scrutavo non visto (forse...), tentennamento alcuno.
Sorrideva.
La sera tornavo a casa dai miei. Mia moglie sapeva. E' una donna intelligente e capiva, pur senza farmi domande. Capiva ciò che provavo e proprio perché intelligente, accettava e probabilmente soffriva nel vedere me cosi' diverso, cosi' muto. Ma non diceva nulla.
La cosa andò avanti per circa un mese. Un mese in cui sembro' che le condizioni di Paola rimanessero stazionarie. Anzi mi parve perfino riprendere forza.
Il tracollo venne improvviso.
Mancai dal lunedì al mercoledì, per un viaggio di lavoro.
Quando la rividi' mi parve di morire ... e invece era lei che se ne stava andando.
Semi-inerte per ciò che le riversavano in vena nel tentativo di arginare il dolore, mi riconobbe appena.
Pochi istanti per stringermi il polso e sussurrarmi non ti preoccupare, caro...
Non andai al funerale. Non m' interessava, no davvero.
Non sono mai stato alla sua tomba ne’mai il faro', credo.
Lei la vedo e la sento. E' nei miei sogni. So per certo che sta bene e questo, solo questo, m' importa. Non m' interessa vedere dove stanno le sue ossa.
Mi importa che se ne sia andata da qui senza rabbia, senza paura. So che e' stato cosi'. La calma che vedevo in lei non era solo ostentata. Era vera, reale.



Alberto Angelici – 21 gennaio 2004

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