Thursday, November 02, 2006

LA RAGAZZA SENZA SLIP

Mattino assolato di un giorno qualunque. Sono le nove e già il caldo soffoca, greve e appiccicoso di un’umidità che fa pensare a Paesi sub equatoriali più che alla Val Padana. Lungo i marciapiedi le persone sono poche e, tutte, portano sul viso quel +37 che le news di ieri avevano preannunciato.

Il traffico è schizofrenico, fatto di improvvise accelerazioni, di slalom tra le corsie, di bruschi rallentamenti che significano, di solito, un cellulare incollato alla guancia e la testa abbassata da un lato. Le auto scivolano sulle corsie, rapide occhiate scoccano dai vetri accuratamente sigillati e scuri, verdini o grigi quelli delle macchine più economiche, nerissimi e semi-impenetrabili quelli delle vetture di lusso che trasformano i passeggeri in ombre indistinte che esprimono distacco, una sorta di snobismo, come se non volessero mischiarsi alle altre macchine. Sembrano dire: “Sì, siamo qui anche noi, è vero, ma teniamo le distanze, per favore!” Del resto non è da oggi che i vetri scuri fanno figo: avete mai notato che nelle pubblicità le automobili hanno i vetri che sembrano smaltati di nero?

Scorgo un grosso Mercedes ML che pare l’auto di Macchianera o anche un carro funebre e mi coglie un pensiero buffo: che dietro a quei finestrini anneriti ci sia qualcuno che guida completamente nudo! Sì, mi dico, dev’essere una tentazione irresistibile, quella di girare nel traffico senza nulla addosso, neppure le mutande: tanto non ti vede nessuno! Già, ma se poi buchi una gomma o ti ferma la polizia e devi tirare giù il finestrino, come la metti? E non puoi neppure dare una monetina ai vulava’!

Pensieri strani, che forse vengono solo a certe temperature. E meno male che in auto l’aria condizionata riesce a mantenere un clima accettabile, altrimenti chissà cosa mi passerebbe per la testa.

Ora il traffico è più ridotto; mi trovo in una laterale che percorro raramente. Lo spazio jazz di Radio 3 trasmette Gerry Mulligan e Paul Desmond in un famoso duo da virtuosi: forse è il quartetto di Dave Brubek, mi dico e batto il ritmo sul volante. È il momento del sax e lascio che le note sensuali mi scorrano sulla pelle. Le sento vellicarmi i peli delle braccia, guardo giù e noto una leggera pelle d’oca. Accidenti, penso, mica può essere colpa del condizionatore, che quasi non ce la fa! No, è la musica, questo sax incredibile, la carezza delle note. Sulla destra un movimento al limite del campo visivo capta la mia attenzione. Una ragazza e un motorino, un vecchio motorino, mica uno di questi scooter scintillanti come caramelle appena leccate. Fa segni verso di me. Non il motorino, la ragazza. Carina, alta e con una gran massa di capelli biondi. L’ espressione è tesa e angustiata, vedo le labbra comporre parole che non superano la barriera dei cristalli. Il bauletto del motorino è spalancato e una profusione di oggetti sparpagliati a terra: stracci, un paio di occhiali, un cacciavite. Ho solo pochi istanti, anzi meno, per decidere. Sterzo verso il ciglio e metto i 4 lampeggianti. Meglio essere prudenti, così abbasso il vetro di pochi centimetri e in quel varco si insinuano, nell’ ordine: una lama di luce che sembra un laser chirurgico, uno sbuffo umidiccio e caldo da lavanderia-stireria, odore di pneumatici stracotti, la punta di quattro dita ben curate, un bel nasino a patatina e due occhi ansiosi color del cielo quando è azzurro che di più non si può. Mi chiedo come facciano tante cose a passare da uno spazio stretto così, ma passano, altro se passano!

“Ciao, mi si è rotto il motorino…accidenti, e pensare che proprio ieri dicevo che lo avevo pagato troppo poco… Fa un odore…come una padella sul fuoco con niente dentro….” Voce piacevole ma la cadenza è quella ben marcata del bolognese. È pensierosa e scocciata, però noto che non suda. Niente sudore sul viso, né sulle braccia lasciate scoperte dalla camicetta. Anche i capelli sembrano a posto, soffici e ondulati, come appena usciti dal parrucchiere.
“Taptap…” le dita battono nervose sul bordo del finestrino che a quel punto ho abbassato del tutto. Niente anelli alle dita. Che strano.
“ Ah...grazie per esserti fermato! Qui passa mica tanta gente e sono qui già da un quarto d’ora e cominciavo a sentirmi come una merda, con ‘sto cavolo di telefonino scarico, perchè…- mi scocca un’occhiata tra l’imbarazzato e il divertito - …perchè non c’ho una lira, ecco perchè. Per fortuna che in ditta mi pagano tra una settimana!”. Accidenti che bel sorriso, penso io.
Scendo: a quel punto, restare trincerato in macchina mi sembra ridicolo.
“Beh…cosa si può fare? Non sono un meccanico ma…ha provato a riavviarlo a spinta? No, eh? Vediamo se ci riesco…”

Pesto sul telecomando per chiudere gli sportelli, perchè non si sa mai che non sia un nuovo sistema per fregare le auto.
E via, sotto un sole che grandina come lava, sentendomi un po’ cretino. Ma d’altra parte mica posso lasciarla lì a far notte.
Ci provo due, tre volte ma niente da fare: forse è ingolfatissimo o forse non arriva la miscela…sì, ce n’è, ce n’è: è la prima cosa che ho controllato.
Il traffico mi sfiora e ne respiro la polvere e i gas. Vedo qualche testa girarsi, poi ignorarmi. Il sudore scende in rivoli caldi giù lungo la schiena, dalla fronte arriva agli occhi e brucia, accidenti se brucia. Decido che può anche bastare: serve cercare un’altra soluzione.
La ragazza sta aspettando, sempre più ansiosa e cincischia gli occhiali.
“Senta…sa cosa facciamo adesso? Abbatto gli schienali posteriori e vediamo se il suo motorino ci sta, così l’accompagno a casa. Cosa ne dice?”
Un sorriso, ampio come un divano frau e altrettanto bello, risponde da solo e il sollievo è evidente.
Detto e fatto. Per fortuna la mia è una station wagon di quasi cinque metri e a cucci e spinte il trabiccolo ci entra tutto.

La sbircio, cercando di non farmi notare. Sta un po’ impettita, una mano scende sulla gonna jeans, quasi a stirarne le pieghe. Non è troppo corta, la gonna, così che delle gambe abbronzate spuntano soltanto ginocchia e polpacci. Forse ha capito che la sto osservando, perchè un’occhiata scocca veloce dalla mia parte, poi lo sguardo torna in avanti, mentre le mani scorrono sempre più veloci a sprimacciare il jeans scolorito.

“Ecco, guardi, la rimessa dove si mettono le cose del condominio è quella laggiù, vede?”
Adesso mi da del lei, mentre prima del tu.
Il cortile è come mille altri, lastricato in cemento, ma a pochi passi scorgo il verde di un giardino ben tenuto, completo di altalena e giochi per bambini, siepi di lauro ceraso e qualche alberello con la chioma potata a sfera. Accanto a noi inizia la lunga fila dei garage. Attorno, altri palazzi simili e la struttura ovoidale di un grande a basso edificio che sembra destinato allo sport.
La luce è abbacinante e ruba i colori, ruba le ombre e ruba profondità alle cose schiacciando i volumi che si riducono a piatte forme bidimensionali. Deve aver rapito anche la gente, perchè in giro non si vede un’anima.
La ragazza ha finito di trafficare con le chiavi e mi fissa.
Vede che la guardo e sorride. Fa un gesto con il braccio, frulla nell’aria bollente, poi infila le dita nei riccioli che sembrano sempre appena usciti dal parrucchiere. Anche la pelle sembra fresca e asciutta. Ma come fa?
“Grazie, grazie…sei stato tanto carino e gentile. Anche a provare di rimetterlo in moto. Devi esserti fatto una sudata!”
Ancora il tu, e mi viene da sorridere e forse lo faccio davvero, perchè anche lei sorride e i vent’anni che le ho attribuito scendono a sedici.
“Non so come ringraziarla – e dai! - davvero non so come fare… però….”
D’un tratto un’espressione birichina invade il bel viso acqua e sapone. Rapida si guarda intorno, scruta i terrazzini e le finestre. No, non c’è nessuno da nessuna parte: devono essere tutti ad ansimare sotto ai ventilatori, agitando i ventagli e, chi può, nella fresca penombra dei condizionatori. Veloci le mani corrono all’orlo della gonna, con un solo colpo la solleva al petto, mentre a me la mandibola sbatte rumorosamente sul selciato. O almeno così penso.
Perché sotto non ci sono slip. Già, niente slip ma soltanto lunghe gambe affusolate e, al termine, un grazioso, folto triangolo di pelo biondo.
Poi la gonna ricade e nel grande cortile risuona una risata argentina e cadenzata.
“Ecco, dovevo pur ringraziarti in qualche modo!!” Con un frullo gira le spalle e la porta scatta dietro di lei con un ruvido raschiare di cardini malconci.

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