Thursday, November 02, 2006

LA SOTTILE LINEA TRA LA VITA E LA MORTE
di Alberto Angelici

A volte la linea di demarcazione tra la vita e la morte puo’ essere davvero molto sottile.
Anche questa mattina tutto, dal cielo livido al traffico nevrotico, fa pensare che sara’ una giornata simile a tante altre.
Non e’ cosi’, perche’oggi, mercoledi’, la mia vita non e’ finita per un battito di ciglia e pochi, miseri centimetri d’asfalto.

Via della Pietra, nella periferia ovest della citta’, una zona dove passo spesso. Freddo nelle ossa. Serve un orzo bollente, mi dico, magari con abbondante miele. Sotto il portico un bar-tabacchi. Di fronte, un furgone Enel lascia libero un lungo spazio e mi c’infilo.

Fermo sull’incrocio con una laterale guardo un autocarro Iveco avvicinarsi con andatura allegra. Sembra proseguire diritto ma all’ultimo momento mette la freccia verso sinistra e sterza a pochi metri da me. La strada e’ stretta: pochi passi, questione di un attimo e saro’ dall’altra parte. Sinistro…destro, sto per arrivare al marciapiedi, quando colgo un movimento ai margini estremi del campo visivo. Il tempo di girarmi e sul fianco di tela verde del camion che sta curvando, si apre un’orrida bocca seghettata e un’ enorme parallelepipedo lungo parecchi metri rovina davanti a me con un tonfo sordo. Alcune lamiere si staccano con clangore metallico spargendosi attorno e le schegge di un monitor finiscono davanti a me che sembro trasformato in una statua di sale. Ho ancora una gamba allungata verso il gradino, gli occhi fissi sul monolito metallico grande come un automobile caduto a meno di un metro dai miei piedi. Il camion blocca all’ istante, si spalanca lo sportello.
“OH MADONNA MIA, MA CHE CAZ…..OH BENEDETTO…MA CHE E’ SUCCESSO?? MA GUARDA QUI…”
Con gli occhi fuori dalla testa, l’autista fissa quel caos poi guarda me e ancora la macchina.
“Ma lei era qui?!”
“Eh gia’ che ero qui…stavo…stavo attraversando quando …quando lei ha girato. Ecco…insomma, mi sono visto… mi sono visto… aspetti… mi devo mettere a sedere..Pero’ lei andava troppo forte…troppo forte…”
Le ginocchia tremano, mollicce come burro, e ad ogni istante tremano di piu’.
Mi gira la testa. Seduto sul gradino del marciapiedi sento il vomito salire per la gola. Di fronte a me uno spigolo di acciaio lucido mi da la nausea. Sembra la lama di una mannaia da giganti ed e’ profondamente confitto nell’ asfalto.
Provo ad immaginarlo mentre scava la carne, frantuma le ossa e mi schiaccia come potrei fare io con una zanzara. I capogiri aumentano e ho freddo, sempre piu’ freddo..

Si e’ formato un capannello di persone, passanti per lo piu’, ma anche bottegai e persone uscite apposta dalle case vicine.
Poi e’ un valzer in crescendo. Prima una volante della questura, quindi i carabinieri. Dopo un po’ due macchine dei Vigili e un camion dei pompieri. Arriva un tipo smilzo sui sessant’anni in mercedes. Ha l’aria trafelata e subito inizia a discutere sotto voce con l’autista. Parlano fitto, vedo che si girano verso di me, mi guardano seduto come un questuante. Avrei voglia di sdraiarmi, fregandomene della gente che mi sta attorno. Avrei voglia di sdraiarmi, li’ tra tutti quei piedi sconosciuti e dormire per poi svegliarmi e scoprire che e' stato un sogno.

Preannunciata dal belare elettronico e da lampi di luce blu arriva come una fucilata un’ambulanza e con due brusche manovre blocca l’unico varco dell’ incrocio lasciato libero dagli altri mezzi.
Ancora lampi ma sono quelli di una ragazzetta carica di fotocamere.
“ Scatta qui, fai un campo lungo dell’incrocio e molte del bagaglio, qui, il coso di ferro…accidenti se e’ grosso! Si’, si’…anche da li’…fanne tante, che poi scegliamo le migliori”.
E’ uno lungo, che parla, infilato in un impermeabiluccio color nebbia, in testa un cappello a cencio della stessa tonalita’, in una mano un cellulare, nell’altra un notes.
Si sbraccia e salta da un punto all’ altro, fa segni con le mani, spara ordini alla fotografa e intanto parla al cellulare di cui pesta ogni pochi attimi i pulsanti.
“Chi, quello li’? Non so mica…aspetta!” aggiunge, incerto, mentre la ragazza gli indica il sottoscritto.

“Scusi, senta, lei per caso ha visto com’e’ successo? Voglio dire, come ha fatto a venire giu’ quell’affare dal camion “ Indica con un unghia masticata fino alla carne.
“Beh, si’, certo che ho visto, l’avrebbe visto anche un cieco: e’ venuto giu’ a un palmo da me”
“DAI, DAI, FOTOGRAFALO!!”
Mai io nel frattempo ho deciso che voglio parlare con l’uomo della mercedes…credo che abbia a che fare con la societa’ dei trasporti o con il proprietario del carico. Abbandono i due del Carlino anche se mi fanno dei segni.
Il tipo segaligno sta ancora parlando. L’autista gesticola ripetutamente verso il cassone, fa un passo in qua, uno in la’. Ne vedo lo sguardo agitato, la barba setolosa e nera come quella di Di Pietro e, nel controluce, un pulviscolo di saliva davanti alla bocca.

“Senta, per favore, potrei parlarle un momento?”
L’ uomo si gira, gli occhi duri e piccoli profondamente infossati nelle orbite. Il suo alito sa di toscano e difatti per terra ce n’e’gia’ uno sbrindellato, un secondo lo sta masticando nervosamente.
“Sii’, dica!”
“Beh, vede, io stavo per essere schiacciato da quel….- e faccio segno con la mano – cosi’, mi …”
“Ah, siii’, e chi lo dice che e’andata come dice lei? ”
Il mento e' proteso in avanti, l' atteggiamento bellicoso sembra cercare battaglia.
L’autista lo tira per una manica.
“Ingegnere… si’, guardi che…”Poi non sento piu’ nulla perche’ lo trascina da una parte.
A pochi passi da li’, i due poliziotti della pattuglia girano attorno all’autocarro con aria pensosa, sbirciano oltre il telone stracciato, li vedo fare delle osservazione, indicare qualcosa, scuotere la testa.

“Allora, che voleva dirmi, lei? - borbotta nervosamente quello che l’autista ha definito ingegnere. Il tono e’ secco, quasi prepotente, aggressivo. Continua e non mi fa parlare - vorrei proprio che mi spiegasse…”
“No, se lei e’ dell’azienda proprietaria del carico – lo interrompe uno dei poliziotti, indicando la scritta sugli sportelli del mezzo - vorrei che LEI gentilmente spiegasse a noi come si puo’ trasportare una macchina che pesera’ almeno cento quintali appena appoggiandola su bancali e senza neppure una cinghia di fermo”.

“Ma…ma no, veda, il camion doveva arrivare soltanto fino qui in fondo alla strada, da un nostro cliente. Pochi minuti di strada! Avevamo calcolato che non ci fosse bisogno di fermi e che la macchina sarebbe rimasta ancorata al pianale con il suo stesso peso, capisce? “
“No, non capisco – ribatte il poliziotto – capisco solo che ci sono delle regole e che i carichi devono SEMPRE essere assicurati con catene o cinghie per garantirne la stabilita’ durante il trasporto. Se questo signore – e mi indica con una mano - ci fosse rimasto sotto, ora lei e la sua azienda avreste un problema molto, molto grosso. E gia’ cosi’ avete contravvenuto a vari articoli del codice stradale”
Fa per girarsi e andarsene ma cambia idea.
“…e se il signore - ancora lo stesso gesto - decidera’ di presentare denuncia avra’ tutto il diritto di farlo”
Guardo in faccia l’ingegnere. Ora l’aria aggressiva se n’e’ andata…forse per terra, assieme al secondo sigaro. Tace, mi guarda un attimo, poi parla ancora con l’autista, ancora al cellulare, sale in macchina e sparisce.

Lascio i miei dati e un breve resoconto al poliziotto, faccio lo stesso con l’autista del camion, mi scuso e torno alla macchina.

Passa una settimana e mi chiama in ufficio la voce flautata e professionale di una signora, assistente personale, su quel personale noto una particolare enfasi, del direttore generale della fabbrica di quel macchinone che per un pelo non era diventato la mia pietra tombale.
Chiede, con cerimoniosa cortesia, se posso, in un giorno di mia scelta, accettare un invito in azienda.

Ufficio immenso. Dalla porta il tavolo firmatissimo pare piccolo ma cresce mano mano che mi ci avvicino fino a diventare come il ponte di una portaerei. Di fronte, un “angolo” salotto in pelle bordeaux, tappeto crema, accessori in nuance e, ovunque, l'abile tocco di un arredatore di grido.
Lui sembra l’ uomo della pubblicita’ Bauli, quello che chiede sempre se per caso LUI e’ babbo natale e mai nessuno che gli risponda. Identico.
Bel sorriso grande grande e una stretta di mano da macho: breve, secca ma vigorosa.
Arriva il caffe’, elegantemente servito su vassoio d’argento, tazzine finissime. Trattamento vip, insomma. Hanno paura che sporga denuncia o forse pensano che io l’abbia gia’ fatta.

“Molto, molto brutta, la faccenda che le e’ capitata, caro Dottore - si’, sento anche la maiuscola nel tono della voce – una cosa che non avrebbe mai dovuta accadere”
Faccio si’ con la testa. Piu’ volte.

“Che le posso dire. La nostra azienda, la piu’ grande a livello europeo in questo settore, spedisce in tutto il mondo. Abbiamo precisi protocolli che definiscono ogni e piu’ minuto particolare sulle modalita’ di imballaggio e spedizione - allarga le braccia e un costoso cronometro gli scintilla al polso – Quando si costruiscono macchine come le nostre, che costano miliardi, e si deve tenere alto un nome cosi’ famoso….” e blablabla. La voce sfuma gradualmente nel nulla, assorbita dal senso di ipnotico fastidio che sto provando, consapevole che il boss di fronte a me sta usando tutto il suo savoir faire per ammorbidirmi ma lo sento cosi’ costruito, cosi’ scontato, spontaneo come il mio computer quando sforna modeli di testo precedentemente immagazzinati in memoria.

“…una leggerezza, una leggerezza del tutto inconcepibile e gravissima ma, come le ho appena detto, abbiamo gia’ provveduto”.

Torno in me, mi scuoto dal torpore che mi ha invaso. Lo vedo sporgersi verso di me, l’espressione soddisfatta del ragazzino che ha fatto bene il compito e che attende il giusto riconoscimento.

“ Sc…scusi, puo’ ripetere?”

“Come le stavo dicendo, Dottore, l’ingegnere responsabile del reparto stoccaggio e spedizioni non e’ piu’ tra i nostri collaboratori gia’ da alcuni giorni, mi spiego? Mi auguro che questo, assieme alla gratitudine dell’Azienda, possa essere sufficiente per scusarci di quanto lei ha dovuto subire per colpa della nostra negligenza. Oh, naturalmente assieme alla piu’ ferma rassicurazione che MAI una cosa del genere potra’ ripetersi in futuro: mi sono PERSONALMENTE preoccupato affinche’ le procedure di controllo siano piu’ rigide e sicure.”
Sorride e nello sguardo compiaciuto c’e’ la speranza di aver “messo le cose a posto”.

Tre giorni dopo un fattorino della stessa azienda consegna alla mia abitazione sei bottiglie del piu’ costoso champagne francese millesimato e un cofanetto di cognac cosi’ invecchiato che ancora oggi non mi azzardo ad aprirlo.

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