Thursday, November 02, 2006

L’ANGELO CUSTODE
Il cielo e’ terso, scarnificato da ogni traccia di nuvola, cosi’ che l’ azzurro non e’ in realta’ azzurro ma quasi viola. E’ mattino presto di un dicembre sfolgorante e l’ alta Valtellina si mostra in tutto il suo splendore. Sto girando per queste montagne con mio figlio Lorenzo, otto anni, a caccia di qualche bella immagine da fermare sulla pellicola. La strada, che da passo Foscagno scende verso Livigno si mostra asciutta nonostante alte spalle di neve la fiancheggino. Merito del gran freddo che impedisce al sole di scioglierla e spanderla sull’asfalto.
Ad ogni stretta curva segue una controcurva altrettanto stretta ma il mercedes 250 GD, fuoristrada di classe, porta benissimo i suoi 12 anni di impeccabile servizio e asseconda con facilita’ la tortuosita’ del percorso. La natura attorno a noi e’ davvero splendida. I rami sono incartati in guanti bianchi che al sole luccicano come vetro di Murano e attorno ad ogni albero e ad ogni mugo la neve s’e’ ritratta lasciando una sorta di larga coppa bianca. E’ un coreografico effetto dovuto alla maggior temperatura della zona circostante il tronco ma sembra che un meticoloso giardiniere abbia voluto salvaguardare le piante liberandole dal gelido abbraccio. Insomma mi guardo intorno e mi riempio gli occhi di tanta armonia e per un momento non m’ accorgo che inconsapevolmente ho schiacciato l’acceleratore piu’ del dovuto.
L’utilitaria e’ ferma oltre la curva, di traverso alla carreggiata. Accanto allo sportello aperto un uomo si sbraccia, grida qualcosa che non sento, il viso congestionato risalta sulla giacca a vento chiara come il berretto.
“Fotografo” tutto questo in un batter di ciglia e, insieme, il luccicare di un sottile strato di ghiaccio che in quel punto copre l’ asfalto di una pellicola liscia come vetro unto.
In un lampo “vedo” la massiccia calandra della mia macchina schiacciare l’uomo contro la sua vettura: ventidue quintali di solido acciaio tedesco che in quel momento nessuno puo’ fermare. Sento lo sterzo farsi leggero come una piuma sotto le dita che artigliano spasmodicamente il volante, so che non posso neppure toccare il pedale del freno, ho appena il tempo di sbirciare l’attacco delle nostre cinture per assicurarmi che siano allacciate e a quel punto mi preparo all’ urto. Tutto questo scorre come un lampo nell’ arco di decimi di secondo e ancora l’uomo sta li’, agita le braccia e non si sposta. Non capisce, non si rende conto….

All’ improvviso, sento qualcosa sfiorarmi i capelli, il contatto di una mano tiepida sulla sommita’ del cranio, e, nello stesso istante, la mia auto si ferma a venti centimetri dalla giacca a vento dell’ uomo.
Siamo fermi, e so per certo che il mio piede non ha neppure toccato il freno, consapevole che non sarebbe servito a nulla se non a perdere ogni controllo della macchina. Mio figlio mi sbircia. Ancora oggi dopo tanti anni ne ricordo perfettamente l’espressione attonita: pur cosi’ giovane aveva capito subito quanto me che era appena accaduta una cosa impossibile.
Scendo a terra e ho la riprova di cio’ che mi era parso di vedere: nonostante le suole di ottima vibram, perfino da fermo faccio fatica a stare in piedi sull’asfalto ghiacciato, tanto da dovermi afferrare alla macchina.
L’ uomo mi viene incontro esitante, le gambe aperte che quasi pattinano, ancora inconsapevole del terribile rischio che ha appena corso. Mi dice qualcosa, balbetta di aver sbandato, parla con tono concitato ma io faccio fatica a sentirlo e penso alla mercedes che senza un sussulto si e’ fermata sul ghiaccio, sento ancora sulla testa il contatto di una mano. Un contatto vero, reale. Forse quello del mio Angelo Custode.

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