Thursday, November 02, 2006

LE DAMIGIANE DI PIAN DE’ BISCIOLI

Nel focolare le braci baluginano appena e la pietra raffredda in sommessi scricchiolii. La stanza ancora immersa nel buio è gelida e a rompere il silenzio solo il denso ronfare di corpi addormentati. Appresso al camino si leva un’esile figura barcollante che dirige al secchiaio; un sospiro, uno sbadiglio, poi una scoppiettante scoreggia che appena lo scuote dal torpore.
- Friccu mio, hai solo 20 anni ma stai proprio invecchiando! - borbotta fra sè mentre raspa un ceppo per cavarne uno stuzzicadenti. Solo un anno prima avrebbe sopportato facilmente tutto l’alcool che la sera prima era seguito al cinghiale arrosto, pane croccante e patate in quantità. L’allegria e il gran fuoco avevano arso la gola a tutti e il mistrà era scorso nei bicchieri fino a tardi.
Che colpo di fortuna prendere quella bestia! In pratica gli era finita addosso mentre facevano legna: un esemplare giovane e inesperto e il Vecchio lo aveva colpito forte sul cranio con un grosso ramo e i coltelli avevano fatto il resto.
Fiammiferi, pietra per affilare, pennato, pane, formaggio, fazzoletto: gli pare di aver preso tutto.
Mentre è intento all’inventario mentale, il sentiero ha preso a salire verso Pian de’bìscioli. Non gli serve alcuna attenzione al percorso: da anni ci viene a far legna o a camminare con Beo, compagno di giochi e di fatiche , perciò di quei luoghi lui conosce ogni centimetro e i piedi vanno da soli E’ piccolo e storto, il suo cane, ma gli occhi dolci come caramelle gli erano piaciuti fin dal primo apparire sulla porta di casa; una crosta di formaggio bastò a suggellare un’amicizia che sarebbe durata per sempre. E meno male che almeno ha lui, perché con la scusa che sono grandi e robusti, i suoi fratelli ci stanno sempre loro con il Padre. Lui è ancora troppo giovane, dicono, troppo magro e debole per aiutarli. In effetti, così mingherlino, vicino a loro non sembra nemmeno un Bracò. Non è stupido, però: solo non possiede grossi muscoli o manacce come prosciutti. Quante volte si era allenato di nascosto a sollevar pietroni sperando di diventare come loro, per andare anche lui a lavorare alla caldaia!
Si scuote dai ricordi dell'infanzia e recupera l’attenzione.
-E' già un po' che lavoriamo in questa zona e i carabinieri, potrebbero sospettare qualcosa. Adesso poi che hanno ricevuto rinforzi sarà ancor peggio - bofonchia tra sè, mentre sale nel fresco della macchia.
-Quello nuovo è sempre in giro a far domande: che vuole, diventare Generale tutto in una volta?! Si vede che non bastavano tre Carabinieri a rompere, ce ne voleva un altro! -
Fino a un paio d’anni prima, le cose andavano meglio. Certo, era una faticaccia trasportare a spalla le damigiane giù per i sentieri fino al biroccio e far legna di continuo per mantenere vivo il fuoco spaccava la schiena, però si faceva di giorno e sempre nel medesimo posto, nessuno rompeva i minchioni e la notte si dormiva. Bisognava solo ricordarsi di scegliere legna ben secca e non di pino, che fa fumo.
Adesso ogni pochi giorni ci si deve spostare con tutta la roba, per non farsi prendere con le mani nel sacco, anzi nel mistrà.
Brontolando scuote il capo e intanto avanza tra carpini e faggete, ginepri e macchie di ginestrino.
Vorrebbe sapere l’ora ma l'unico orologio sta in tasca a suo Padre però un giorno ne avrebbe avuto uno anche lui, magari d'argento! E' partito troppo tardi e tira una silenziosa bestemmia: si stava così bene in branda, dove nonna Fiora aveva appena cambiato il sacco, gonfio di foglie di granturco appena prese in soffitta. E’ da sempre il cocco della nonna, lui, e se la gode un mondo agli sguardi torvi di Mariso e Peppe quando per esempio la patata più grossa finisce nel suo piatto. Se qualcuno prova ad obiettare, un movimento del sopraciglio di Fiora basta a riportare il silenzio. Del resto è cosa nota a tutti che il potere degli uomini, Pierino incluso, si ferma alla soglia di casa: oltre, comanda Nonna.
Comincia ad albeggiare e sullo sfondo sempre più chiaro del cielo i rami spogli degli alberi si fanno ogni minuto più visibili.
E’ ormai alla curva del Cornaccio e gli pare di sentire l'aroma pungente dell’alcool che scende a goccia dalla botte di rame.
-Bene-disse ad alta voce-segno che Gagà non dorme e il fuoco è ben vivo –
Nell’aria acidula del sentiero umido di sfagno già pregusta il calore delle brace, il piacere del caffè di cicoria.
La caldaia è tanto ben nascosta, incassata nel fianco della collina, che quasi vi cade sopra prima di vederla.
- Mari' 'nnamo dai, che il Vecchio sarà qui fra poco; fa giorno oramai e Sonaglioni sta già aspettando noi e queste dannate damigiane!-
Capisco che nostro Padre ci tiene a non scontentarlo: ci compera quasi tutta la roba anche se tira sempre sul prezzo. Comunque il Vecchio ci sa fare e il Gran Sonaglio ha gli acquirenti lontani e tiene la bocca chiusa.
Suo fratello, invece di darsi da fare, sta in un cantuccio, il viso lentigginoso concentrato su un pezzo di legno duro che incide con il coltello: un miracolo che non ci abbia ancora rimesso un dito a forza di ricavare strane figure da rami e radici. Ci dedica tante ore, a quel passatempo, sostenendo che tiene lontano il sonno, mentre sorveglia il pisciarello di grappa dalla caldaia.
Le grandi mani che staccano con cura minuscoli ricci di legno mi ricordano l'orso ammaestrato che al Circo eseguiva esercizi d’equilibrio su travi sottili.
Lo guardo e penso a quanto gli voglio bene, a mio fratello, che spesso chiamiamo Gagà, da quando si era presentato alla festa del paese con una cravatta a farfallino sotto la giacca.
Nelle Marche tutti hanno un nomignolo che a volte s’estende all’intera famiglia sostituendo il cognome. Nostro nonno aveva fin da ragazzo l'abitudine di portar brache molto larghe. Forse erano state fatte per un fratello maggiore, non so, ma lui sosteneva di trovarli comodi; i suoi pugni viaggiavano veloci e arrivavano pesanti, quindi nessuno ebbe mai da ridire. Il soprannome Bracò, cioè Braconi, rimase e da allora tutti noi della Famiglia, maschi e femmine, ce lo portiamo appresso.
-Papà tarda-disse in un soffio Mariso tappando l'ultima damigiana-
-Meglio così, perché non sarebbe per niente contento di vedere che stiamo a far chiacchiere e scolpire pezzi di legno: lo sai che lui al Gran Sonaglio ci tiene, mentre alle tue sculture non c'ha mai creduto pe'gnente manco un po'. -
Intanto che parlo penso come fare per recuperare tempo. Avremmo dovuto portare giù una damigiana a testa e uno di noi sarebbe risalito per caricare l'ultima, perdendo almeno un’ora.
Idea!
-Svelto, pija lo pennato e tajia due rami di nocciolo, dritti e grossi come un polso e sfrondali bene: forse ho trovato la soluzione -
Gagà non capisce perché perdere altro tempo-glielo leggo in faccia-ma prende a menar gran colpi.
-Ecco, vedi, questi ora li possiamo usare per fare una barella: tira fuori quei pezzi di corda che stanno la' in fondo.
In pochi attimi leghiamo in fila le tre damigiane alle stanghe passando lo spago molte volte anche sotto il carico.
-Dai, uno davanti e l'altro dietro, adesso portiamo giù le damigiane in un viaggio solo! Basta stare attenti a non inciampare. -
Mentre spiego i particolari, Mariso segue attento il lavoro delle mie mani, sta un momento a fissare l’aggeggio appena costruito, fa un sorriso largo così e comincia a stritolarmi una spalla per esprimere tutta la sua ammirazione. Una volta di più mi sento liberato dal senso d’invidia che mi prende quando guardo gli altri uomini della Famiglia. Peccato che dopo un poco mi si appiccica di nuovo addosso.
-Anch'io sono un Braco'-mi dicevo con forza, per imprimermelo bene in testa-e sono forte quanto loro, solo che li muscoli, io ce li ho in testa, anche se non si vedono!-
Appunto, hai detto bene, risponde una voce malefica dentro di me, non si vedono, nessuno li vede quindi è come se non esistono.
Parla, la vocetta, parla ma cerco di non ascoltarla.
Scendiamo allegri, io per aver conquistato la considerazione di Mariso, lui perché la nuova invenzione ci farà risparmiare chissà quanti viaggi.
Il sole, già alto sopra di noi, ha sconfitto la foschia, si mostra fra i rami facendo fumare i vestiti intrisi di nebbia e di sudore.
Costeggiamo una radura verde di erba grassa e ricca attraversata da un rigagnolo sottile come un dito. Manca poco. Sento i muscoli tremare, rigidi per lo sforzo.
- ALTO LA', FERMI DOVE SIETE! -
Una bovazza scesa dal cielo non potrebbe sorprenderci più di quelle parole imperiose che ci bloccano come statue di sale.
-FERMI LI'CHE VI HO SOTTO TIRO E IN ALTO LE MANI, SVELTI!-
Mariso, pallido come un morto, alza di colpo le braccia e molla le stanghe: la fila di damigiane inizia a rotolare lungo il pendio e si ferma ai piedi del Carabiniere con fragor di vetri; nell’aria si spande l’odore penetrante del liquore d’anice che sgocciola fin sulle scarpe di Pizzoli Giovanni, bolognese della Mascarella.
Non si può dire che l’uomo goda d’un fisico possente. Anzi, sulla magra figura la divisa pare quella di suo fratello maggiore e le uose troppo alte accentuano la bassa statura. Perfino i baffi a manubrio di cui va tanto orgoglioso, sostiene siano identici a quelli del Re, in quella circostanza sembrano posticci e conferiscono a tutto l’insieme un’aria davvero comica.
La collina intera pare trattenere il respiro. Le grandi querce assistono impassibili alla scena così come una famigliola di cornacchie alte su un ramo, che scuotono di continuo il becco aguzzo.
Il tempo passa e siamo ancora fermi, le braccia in alto.
Secondi che sembrano ore, minuti come secoli; occorre fare qualcosa, ma cosa?
-Se le mettete subito nell'acqua, forse la puzza se n’andrà via. Dalle uose, si capisce.-
E’ la voce calma di mio fratello.
-Zitto, ti pare il momento?!-vorrei urlare, ma non oso. Poi, d’un tratto, uno spasmo di riso mi sorge prepotente dal petto. Cerco di trattenerlo ma proprio non ci riesco.
Mentre la risata esplode fragorosa nella fine aria decembrina, un pensiero mi attraversa la mente, rapido come un falco in picchiata:
adesso quello spara e il nostro sangue si unisce al mistrà!
Restiamo di fronte a lui, ansanti e in attesa.
La bocca del '91 pencola verso il basso. Il viso del carabiniere è indecisione, sconcerto e stizza pura.
-Ero sulle vostre tracce già da alcuni giorni – tono incerto di chi vuol ritrovare un po’ di contegno-Quando stamattina ho visto il carro sotto gli alberi, ho pensato: vuoi vedere che adesso arriva qualcuno? E difatti siete arrivati voi con quella roba li'-. Fa così col dito.
-Quale roba?- Faccio io. Comincio a recuperare e ad intravedere un filo di luce nelle tenebre che c’erano piombate addosso -quale roba, a parte i cocci di tre damigiane che prima del vostro arrivo contenevano acqua di fonte? Del resto, cosa portera’ il vostro Maresciallo al giudice: cocci di vetro? Forse fareste meglio a lasciare stare tutto, come se non ci fossimo mai incontrati, non vi pare? Noi, del resto, abbiamo perso un mucchio di soldi che se ne stanno andando assieme a tanta, buona…acqua di fonte. Quando torneremo da nostro Padre passeremo ben più di un brutto quarto d'ora .-
Ci fissa, guarda i resti puzzolenti che stanno ai suoi piedi poi di nuovo noi, terreo in viso e impacciato da fucile, bandoliera e tascapane. Vorrebbe dire qualcosa, poi fa dietro-front e scompare nel boschetto da cui era uscito tre damigiane prima, scortato dalla nostra risata.

A casa non raccontammo mai come si erano svolti davvero i fatti e una radice sporgente dal terreno si prese tutta la colpa.
Io uscivo da quest’avventura consacrato all’incondizionata devozione di Mariso che ormai pendeva dalle mie labbra.
In capo a qualche mese ero il cervello riconosciuto ed accettato di un indissolubile trio familiare, cui anche nostro Padre guardava con rispetto, anche se, lo si capiva da come ci guardava sfregandosi il mento, aveva la netta impressione che qualcosa d’essenziale gli stesse sfuggendo.
Nonna Fiora scuoteva il capo, sorrideva, aveva capito tutto ma non diceva nulla.

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