Thursday, November 02, 2006

MAGIA DELL’ IMPRESSIONISMO
Molte settimane sono trascorse dalla mia terza ed ultima visita alla Casa dei Carraresi, sede trevigiana della mostra sull’ impressionismo e Van Gogh, ma ancora mi gira dentro una ridda d’ emozioni che non si placa.
Ci penso molto. Penso alla magia che c’e’ in tutto questo. Mi chiedo se pittori come Degas o Henri de Toulouse Lautrec o Edouard Manet , Sisley, Pizzarro o lo stesso Van Gogh, intuissero che nelle tinte che stavano stendendo avrebbero per sempre racchiuso un’ infinita complessita’ di sensazioni.
Come allo strofinìo del panno dalla lampada magica scaturiva il genio pronto ad esaudire ogni desiderio, cosi’ accade al cospetto di certe immagini. E’ sufficiente porcisi davanti, riempire gli occhi di quei colori, di quelle suggestioni, di quelle luci ultraterrene e lasciare che esse ci scivolino dentro, impadronendosi di noi, facendoci godere.

Mi chiedo quale sia stata la molla, per questi artisti: l’egoistico piacere di sfogare una necessita’ irrefrenabile oppure un impulso all’esibizione edonistica della propria arte? L’ ambizione di divenire ricchi e famosi e, in qualche modo garantirsi l’ immortalita’ nell’ arte sopravvivendo alla propria esistenza terrena o piuttosto il bisogno piu’ o meno consapevole di provare a se’ stessi prima che agli altri il proprio valore? Oppure, semplicemente, guadagnarsi da vivere?
Io credo un po’ tutti insieme questi motivi e forse altri ancora, indissolubilmente lagati alle differenti situazioni di ciascuno di loro. Perche’ ogni nome che leggo sul catalogo e sui libri di storia dell’ arte, fu un tempo essere umano, e visse e soffri’ e gioi’, come tutti noi, patendo limiti, assaporando qualita’, accettando miserie e angoscie e paure.
Non va dimenticato che la maggior parte di loro fatico’ molto a lungo per darsi una notorieta’ che non pareva voler mai arrivare, per imporsi a un pubblico e a una critica che sembravano interessarsi soltanto ai movimenti artistici piu’ ortodossi e figurativi. Molti di questi artisti versavano in condizioni economiche difficili, talvolta disastrose. Si spiega allora come un Pissarro abbia visto un proprio quadro messo come premio a una riffa e scambiato dal vincitore con un bigne’ alla crema. Come si sara’ sentito, in quel momento, cosa avra’ pensato della propria arte? Una tela di Cézanne, punito dal padre per la sua unione con Hortense Fiquet, fu invece aggiudicato a un’asta per sette franchi. Siamo nel 1878, e’ vero, ma sette franchi erano pochi anche allora.
Insomma, il movimento impressionista stento’ molto e molto a lungo prima di essere preso sul serio e accettato da pubblico e critica. Servirono numerose esposizioni, tante manifestazioni, tanta tenacia, infinito amore.

Il corpo non e’ piu’, ma degli autori ogni altra cosa resta nelle opere che mi sfilano davanti e in esse rivive, intatta, potente e fiera, la loro personalita’. E’ come se l’ artista fosse al nostro fianco, in carne ed ossa, a spiegarci il perche’ di quel tratto, il motivo di quella luce, la ragione di quei colori.
Un unico esempio, che vale per tanti: “Lezione di danza” di Edgar Degas. Sono dozzine le tele da lui dedicate alla danza e alle ballerine e anche varie sculture, a cominciare dalla “mia” Piccola danzatrice di quattordici anni di cui ho gia’ tanto parlato. Degas era affascinato dalla danza, cosi’ plastica, dinamica ed equilibrata, qualcosa che abbraccia in se’ l’essenza stessa della vita: bellezza estetica, musica, potenza, volonta’, perfezione, armonia.
In questo ritratto ad olio di ballerine che provano, lo sguardo e’ subito catturato da un paio di scarpette da ballo abbandonate su di una panca e la loro staticita’ evidenzia la grazia e la sensualita’ della giovane donna che, li’ accanto, sistema sui polpacci la calzamaglia. L’ azzurro dell’ abito fa pensare a una polvere sottile che scivola leggera dalla ballerina in primo piano al gruppo che, piu’ indietro, appare concentrato nello studio. Il colore e’ astratto, indipendente dai personaggi e dalle forme, cosi’ impalpabile da sembrare pastello.
Sul fondo della sala, muri e pavimento si fondono in un tutt’uno del medesima, luminosa tinta marrone-arancio. La diversita’ delle sfumature e certi segni apparentemente casuali fanno pulsare la superficie che esprime energia controllata. Una figura e’ appena abbozzata, l’insegnante di ballo, quasi un fantasma o un riflesso di uno specchio. Egli sembra compresso, perso tra il gruppo e la figura in primo piano. Sorprendente il gioco degli sguardi: le ballerine guardano il maestro, cercano la sua approvazione,ma egli guarda la ballerina in primo piano, che guarda la sua scarpina, forse mal allacciata, vicino al paio di scarpine che noi vediamo subito.
Un gioco di sguardi, una catena sottile che si muove su piani differenti e conferisce profondita’ e forza all’immagine, un cerchio del quale ci si sente spettatori accettati ma non co-protagonisti, come se una linea esile ma resistente ci separasse da quell’universo di armonia e bellezza consentendoci di beneficiarne ma nel contempo vietandoci di esserne noi stessi parte integrante. Abbandono la contemplazione di questo quadro con una doppia, contrastante sensazione, la paradossale sensazione di esser stato accettato da quegli sguardi ma nello stesso tempo rifiutato.

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