Thursday, November 02, 2006

MARIANNA, ANDREA E I SAPORI DEL MARE

Non ero mai stato a Palermo, cosi’ l’ aspettativa era tanta. Ci sono andato nel 2001 per pasqua, assieme a moglie e figlio minore: il grande oramai veleggia per altri lidi.
Oltre Mondello, appena a ovest di Palermo, tra Punta di Barcarello e Punta Matese c’e’ Sferracavallo, una piccola baia invasa fin sull’ acqua da grappoli di basse casette strette l’una all’ altra come a difendersi dal vento che trascina cartacce e foglie d’ eucalipto sui nostri piedi mentre ne percorriamo i vicoli angusti.
Oggi Sferracavallo e’ tutt’uno con Palermo, cui e’ saldato senza soluzione di continuita’.Per raggiungerlo percorriamo la via Regione Sicilia che e’ poi una specie di tangenziale cittadina. Una ventina di minuti, in un giorno di festa come oggi, anche un’ ora quando il traffico impazza al ritmo dei clacson. Accanto a noi sfilano antichi palazzi che mostrano le tracce della variegata storia di questa affascinante citta’, chiese di ogni stile e quartieri fatiscenti sui quali il tempo ha lasciato drammatiche ferite. Rigore normanno accanto a leziose bifore dal sapore arabeggiante, opulenti facciate barocche e pinnacoli che ricordano le cattedrali inglesi. E poi ringhiere arrugginite, carogne di auto spolpate fino allo scheletro, mucchi di spazzatura dall’ aspetto antica.
Sfuggiamo alla stretta del traffico e, come spesso accade in questa citta’, ci troviamo d’un tratto soli. Davanti a noi un mare incredibilmente blu, striato di un bianco evanescente che impazza sulle rocce e rompe in mille schizzi, come freddi fuochi d’ artificio di un unico colore.
Anche ieri sera avevamo cenato da queste parti, consigliati dai nostri amici di Catania e devo ammettere che mai consiglio fu piu’ azzeccato e gradito. Spesso qui le trattorie usano servire un unico menu, cosi’ non devi fare null’altro che sederti e mangiare. A portarmi ora all’ altro capo dell’ insenatura e’la curiosita’, il profumo delle griglie e un flusso di persone dall’ aria rilassata e soddisfatta che sembrano essersi appena alzate da tavola, Risaliamo la corrente fino ad alcuni tendoni montati all’ esterno delle vecchie case. In bella mostra cozze e vongole, polipi e fagiolari, ostriche e limoni bitorzoluti. Sulla soglia dei tre improvvisati locali, alcuni ragazzi decantano le lodi delle rispettive cucine. Lo fanno senza insistenza, sorridendo di un sorriso a tutto viso. Lo stesso fa un vecchio tarchiato e dimesso. Il viso forte invaso da un velo di barba grigia, pochi capelli arruffati, ampi pantaloni da pescatore, senza forma ne’colore. Ad attrarmi e’ lo sguardo, un misto di ironia e di calma olimpica. Ha i modi autoritari di chi controlla la situazione senza fatica e con un gesto fluido delle grosse mani ci invita ad entrare. Con la stessa semplice eleganza avrebbe potuto spalancarci le porte di una sala drappeggiata di raso e broccato. A volte basta un gesto, per capire. Lui e’ il padrone, li’, orgoglioso della sua creatura, anche se si tratta di una semplice tenda addossata al muro stinto di una stanzetta attrezzata a cucina. Dalla finestra spalancata il cuoco prende le ordinazioni e passa i piatti appena preparati.

Il sole e’ ancora alto e preferiamo aspettare prima di metterci a tavola, ma intanto abbraccio in un’ unica rapida occhiata i due piccoli locali ricavati sotto al tendone bianco. Una ventina di tavolini da campeggio, tovaglie di carta, bicchieri di plastica, due ragazzine che sgombrano e apparecchiano, il caldo sorriso di giovane tunisino che serve ai tavoli. Anna ed io ci capiamo con lo sguardo e abbiamo gia’ deciso anche se proseguiamo oltre, attratti da una sfilata di piccoli banchi che offrono tutti la stessa paccotiglia: un inutile insieme di collanine in pseudo-ambra e binocoli mimetici di Taiwan, accendini, brucia incenso e cd pirata, magliette psichedeliche e posters in bianco e nero. Un cartone da frigo Rex esibisce dozzine di occhiali dai colori piu’pazzi e un campionario di borse “originali” Vuitton. Centoventimila trattabili, dice il senegalese in un lampo di denti abbacinanti,
Il sole se ne va e per un istante sembra compromessa l’ intesa tra cielo e mare, fino a un momento prima gradazioni del medesimo azzurro. In alto, poche nuvole in rapido passaggio tingono di rosa poi rosso e infine bordeaux, mentre l’acqua vira al grigio. Poi, quasi a ratificare la pace tra gli elementi, un unico colore via via piu’ cupo li accomuna mentre cade il vento e noi tre ci accorgiamo di avere una fame a lupi.

Ordiniamo da un menu che pare la paginetta di un quaderno delle elementari, ma e’ una formalita’, perche’ la nostra cena l’ abbiamo gia’vista nei piatti esposti all’ ingresso.
Insalata di mare, sute’ di vongole e cozze (scritto proprio cosi’) e per Lorenzo anche spaghetti con le vongole, che sono la sua passione. Per noi due scegliamo anche un polipo grande come un piattino da frutta. Ce lo fanno scegliere, da una serie di dieci ancora crudi, allineati nella fiamminga come statuine da presepe color del mogano. A stuzzicarci un appetito che non ne ha bisogno, arrivano le bruschette con pomodoro, aglio e olio.
Ogni cosa funziona alla perfezione, i tempi sono quelli giusti, senza inutili attese ma anche senza correre e comunque e’ sufficiente un cenno per fare accorrere subito qualcuno. Le porzioni sono gigantesche e una sarebbe stata sufficiente per due: ad averlo saputo….
Il vecchio boss non fa apparentemente nulla ma in realta’ lui e’ il direttore di un’orchestra silenziosa e a lui ogni orchestrale volge lo sguardo e ne riceve brevi sommessi suggerimenti. “Una forchetta laggiu’… a quelli manca il pane…porta un piattino alla signora…”
E’ Semi’ il Tunisino a offrirci un bicchierino di harissa, concentrato di peperoncino, che finisce anche sugli spaghetti di Lorenzo che non ama l’ aspetto “inquietante” di tentacoli, chele e zampette e rende perfetta la mia zuppa di cozze e vongole. Servendoci, parla un ottimo italiano ma io gli rispondo in francese e lui mostra di gradire ma stranamente non cambia lingua.
Siamo sazi come maialini e arriva molto gradita l’offerta dei liquori: limoncino e mandarinetto fatti da loro. E’ il vecchio boss a offrirceli, con una parola di apprezzamento per come abbiamo vuotato i piatti.
Non c’e’ illuminazione stradale e non vediamo neanche i nostri piedi, in un buio rotto solo dallo scintillio delle stelle in un mare color petrolio. Dietro di noi e di fianco, un cielo privo di luci disegna l’ alto profilo di roccia nuda.

Da Marianna e Andrea, Piazza Beccadelli 6, Sferracavallo, Palermo. Niente CAP e neppure giorni di chiusura. Qui si lavora e pure sodo.
Non posso nemmeno parlarvi, come mio solito, delle toilettes perche’ non ci sono, ma nel nostro caso il buio tra le barche tirate in secco sulla riva ha dato una mano. Anche ad Anna.
Nel caso voleste chiamarli, c’e’ un cellulare: 0339-7913327.
Andateci se apprezzate le cose semplici e vere, il pesce freschissimo, l’ aria di mare nel naso, un panorama unico negli occhi.
Statene lontani se cercate comodita’, quadri alle pareti, menu spessi un dito e la posateria in tinta con il tovagliame.
Grazie a tutti.

1 Comments:

At 7:39 AM, Blogger simoironia said...

Hai saputo descrivere bene, da forestiero, quello che io, primitivo della borgata, vivo ogni giorno.
ciao

 

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