Thursday, November 02, 2006

MUSSOLA, CERA E UN PIZZICO DI MAGIA

E’ qui, a pochi centimetri da me, finalmente.
Cerco di incontrarne lo sguardo, di carpire i pensieri, l’ essenza stessa della creatura che mi sta davanti.
Modellata nel bronzo, incredibilmente vera nella concentrazione della ballerina un attimo prima di spiccare il primo balzo, questa quattordicenne e’ tutto e il contrario di tutto.
La struttura e’ fragile ma a un tempo forte; e’ femmina, certo, ma s’ indovinano in lei tratti androgini, e’ raffinata e barbara, regale e dimessa, giovane, si’, ma nel mento che spinge in alto, nel viso tirato s’ indovina una prematura vecchiaia, forse angosce e consapevolezza d’ adulta.
Vedo esitazione, tracce di timidezza, quasi, nel torace incavato ma anche decisione sfrontata nella gamba protesa in avanti.
Il seno e’ piccolo, schiacciato da un corpetto bianco, le gambe ,nervose e dolcemente storte, sormontate da una sorta di cupola, la gonna di mussola che accentua in forme grottesche la curva dei fianchi. I capelli sono raccolti in uno stretto chignon ornato da un nastro verdino simile a quello che le cinge il collo, le dita unite sulla schiena. In quel nodoso intreccio leggo tensione e la paura di sbagliare un passo ma anche caparbia volonta’ di riuscire, di farcela ad ogni costo.

Edgar Degas, artista innovatore e spregiudicato, era solito usare i materiali piu’ vari e poveri, precorrendo in questo dadaismo, futurismo e cubismo; componenti eterogenei, filo metallico a sostegno delle sue fragili cere, tappi di sughero e fiammiferi, tutto andava bene se aiutava l’ artista ad esprimere le sue emozioni. Snobbando di solito materie nobili quali il marmo e il bronzo, egli attiro’ l’ antipatia di molti colleghi, le critiche degli esperti piu’ ortodossi, reazioni scandalizzate da una grossa fetta di pubblico che non accettava di buon grado certe scelte.

Pure, io sono qui. Da anni attendo questo momento per confermare o veder dissolvere nel nulla le emozioni che nelle immagini ogni volta questa figura mi trasmetteva.

Chissa’ se Marie van Goethem, ragazzina belga e vicina di casa di Degas, si domando’ mai, mentre posava, quali reazioni avrebbe suscitato la sua immagine scolpita nella cera. Forse, vedendo la precaria fragilita’ dei materiali usati, avra’ creduto che l’ opera di quel bizzarro uomo sarebbe durata lo spazio di un mattino oppure, gettando lo sguardo ai tavoli ingombri di dozzine di frammenti di altre statue ceree, avra’ pensato che li’ sarebbe finita, smembrata e poi ricomposta in altre sembianze, in altre posture. Forse, semplicemente, attendeva, annoiata e assente, di ritrovarsi libera, libera di tornare ad altre, piu’ gradevoli incombenze.
Di sicuro non poteva immaginare che centovent’ anni dopo sarebbe stata la star di una esposizione che vedra’ passare centinaia di migliaia di visitatori.

Sono pervaso da uno stato d’ animo strano, un misto di serenita’ voluttuosa, impotente malinconia e insoddisfatta curiosita’; so bene, infatti, che per quanto io la fissi, per quanto io mantenga su di lei lo sguardo, da quelle labbra serrate di moderna sfinge, da quegl’ occhi di cera opaca non giungeranno risposte e ogni interrogativo affondera’ silenzioso in quella massa inerte ma cosi’ tanto viva.
Esplorandone la straordinaria, splendente plasticita’, mi domando se Degas, una volta terminata la sua creatura, non abbia avuto l’ impulso di emulare un antico collega, esclamando, lui pure: “Perche’, perche’ non parli?!”

Tutto, di questa creatura, che creatura in realta’ non e’ ma lo e’ piu’ di tanti ch’io conosco, mi ricorda la Vita, quella di ogni giorno, fatta di continui, ironici paradossi e contraddizioni, di cose che sembrano ma non sono, di gradassi dai muscoli grossi ma fragili e di persone piccole che dietro ad un aspetto mite nascondono una volonta’ di ferro

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